Bilancio della stagione sim racing: cronaca di una polemica annunciata

I circuiti di tutta Europa torneranno a breve ad accogliere squadre e vetture, segnando un inevitabile declino nell’attività virtuale dei piloti professionisti. Il sim racing, disciplina tutt’altro che nuova, ha raggiunto una insperata popolarità negli ultimi mesi quando, costretti in casa dagli eventi, piloti e appassionati si sono rifugiati su piattaforme come iRacing, Assetto Corsa Competizione e rFactor. Tuttavia, quello che nessuno poteva aspettarsi era che queste iniziative avrebbero portato con sé conseguenze spesso devastanti. Cerchiamo di capire perché.

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Una situazione inaspettata sim racing

Sembra quasi pleonastico sottolineare che nessuno, all’inizio dell’anno, avrebbe mai pensato di dover ricorrere esclusivamente alla simulazione per godere di un po’ di azione in pista. Checché se ne dica, quello del sim racing è un mondo serio, popolato da professionisti del settore, che genera un indotto consistente. Probabilmente portati a sottovalutare le dimensioni e l’importanza del fenomeno, piloti, team e campionati hanno sperato di poterne fare un nuovo bacino di utenza,. trascurando quella che sarebbe dovuta essere una fase preliminare di preparazione (sportiva, ma soprattutto di condotta) ad un mondo completamente diverso dal loro.

Si è capito da subito che il problema non risiedeva principalmente nei modestissimi risultati conseguiti dai piloti, a confronto con i sim racer professionisti. Nessuno si è stupito della loro scarsa competitività, perché le gare virtuali richiedono un insieme di competenze (e un allenamento) totalmente diverso da quello richiesto in pista, non trasferibile da una categoria all’altra. Il problema – è parso subito evidente – è sorto nel momento in cui i piloti hanno aperto i microfoni.

Ora più che mai, i piloti professionisti hanno bisogno di un sindacato

Questione di… adrenalina

La trasmissione in streaming degli eventi virtuali ha consentito agli appassionati un accesso senza precedenti alle sensazioni (ed esternazioni) dei piloti nelle fasi più concitate della gara, qualcosa che non era mai accaduto,. nemmeno con la diffusione dei sempre filtratissimi team radio. Intendiamoci, nessun atleta è un automa, né dovrebbe esserlo: le reazioni causate dall’adrenalina finiscono per rendere lo sport più interessante. Provare a collegare un microfono alla maglia di un calciatore in campo, per esempio, risulterebbe sicuramente in una registrazione… adatta al solo pubblico adulto.

Tuttavia, ciò che si dice è pur sempre riflesso di ciò che si pensa e si è, quindi non c’è da stupirsi se non tutto, agli occhi dell’opinione pubblica, risulta giustificato e giustificabile. Nessuno ha di certo pianto se Kyle Larson ha perso il proprio sedile in NASCAR in seguito a gravissime esternazioni razziste in streaming. Altri episodi, come il licenziamento di Daniel Abt, hanno invece diviso l’opinione pubblica in maniera più netta.

Una presa di coscienza

In queste poche righe, tuttavia, non c’è tanto da leggersi un atto d’accusa nei confronti dei piloti (che, fortunatamente, da questi eventi sapranno cogliere una necessaria lezione di responsabilizzazione),. quanto verso un sistema fondamentalmente impreparato a una nuova realtà. Nessuno – né squadre né campionati – ha avuto il buonsenso di stabilire a priori la serietà con cui quest’attività “sostitutiva” andava trattata. C’è chi ha considerato i tornei virtuali, perfino quelli ufficiali, un modo come un altro per occupare pomeriggi che di certo a un pilota mai erano sembrati così lunghi. C’è chi ne ha fatto un investimento, una nuova fonte di introiti, una vera e propria attività agonistica. Gli sponsor, in particolare, hanno preso estremamente sul serio qualsiasi comportamento di dubbia moralità. tenuto in questi contesti, con esiti spesso infausti per chi ne rimasto stato coinvolto.

Se nel caso Larson, però, sarebbe inaccettabile difendere l’indifendibile, molte delle controversie che si sono poi succedute non sono di così facile risoluzione. La speranza è che, in futuro, alle scelte di pancia (e lo sono, ugualmente, sia buttarsi a capofitto in una disciplina totalmente sconosciuta che licenziare i propri dipendenti per questo). si preferisca una valutazione dei fatti a monte più cristallina.


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Aurora Dell'Agli

Classe 1997, studentessa di Giurisprudenza, blogger su @theracingchick. Ho un occhio di riguardo per Endurance, competizioni GT, Formula 1 e Formula E.