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ESCLUSIVA | Il motomondiale secondo un ingegnere: intervista a Fabrizio Manciucca, da 25 anni in uno dei paddock più importanti al mondo

Con la ripresa del motomondiale, abbiamo avuto l’occasione di parlare con Fabrizio Manciucca: l’ingegnere italiano ci ha raccontato qualcosa del suo lavoro esprimendosi anche su aspetti più strettamente legati al campionato. esclusiva fabrizio manciucca

Fabrizio Manciucca conosce i paddock del motomondiale meglio di molti altri; ha lavorato in tanti e vari ambiti e attualmente affianca al lavoro in pista anche l’insegnamento, come docente presso il Master in Motorcycle Race Engineering di Experis Academy. Vediamo nel dettaglio cosa ci ha raccontato. esclusiva fabrizio manciucca

Fabrizio, spiegaci un po’ chi sei e cosa fai nella vita.

Sono 25 anni che frequento il paddock del motomondiale: sono entrato a 24 anni come telemetrista e ho seguito diverse categorie, cercando sempre di specializzarmi in diversi campi. La mia carriera è iniziata in 125 con un team satellite di Aprilia che, chiamatela fortuna o come meglio credete, aveva preso un ragazzino che prometteva bene e che si chiamava Valentino Rossi. Mi sono quindi trovato da ragazzino con un altro ragazzino vicino che ha avviato molto bene il mio percorso. Da lì sono entrato nell’orbita Aprilia, seguendo con una bellissima avventura in una casa spagnola di nome Derbi, ora acquisita da Gilera. Per terminare, oggi rappresento un’azienda giapponese di nome NTS nel mondiale Moto2.

Lo sport in cui lavori, lo sappiamo, cambia in modo estremamente rapido e a tratti repentino. Guardando alle innovazioni tecniche e tecnologiche recenti ma anche più remote, quali sono le tue sensazioni? Quanto diresti che è ancora importante la sensibilità del pilota in sella? esclusiva fabrizio manciucca

Il motociclismo cambia moltissimo e parecchio velocemente. Quello che vediamo adesso è incredibilmente diverso rispetto a venti, quindici, dieci, addirittura cinque anni fa. E i dati vanno di pari passo: guardare e studiare i tempi e i numeri annessi di anche solo due anni fa ora non serve più a niente, almeno a livello pratico. Fa cultura, certo, allena il modo di pensare, ma nel concreto quella tecnologia, quegli elementi su cui quei dati erano basati non esistono già più. C’è già dell’altro, migliore o peggiore che sia, a determinare le cifre. La sensibilità del pilota continua a contare moltissimo: chi non ha capito bene questo lavoro potrebbe dire “ma sì, ora che sappiamo tutto della moto e abbiamo degli strumenti così sofisticati non importa più di tanto”. Ma in realtà, se guardi le classifiche di 15 anni fa, i distacchi erano al secondo; ora in un secondo di piloti ne vediamo anche venti, il che è folle. È tutto proporzionale: prima si facevano delle cose grossolane che apportavano dei grossolani cambiamenti, ora è tutto così preciso che si lavora sui mezzi millimetri, cose impercettibili tanto quanto lo sono i distacchi. Prima non c’era molta tecnologia a supporto della squadra e il parere del pilota era fondamentale per questo; oggi, per contro, tutto fa la differenza: un pilota che, ovviamente in buona fede, ti dà un feedback sbagliato rischia di far prendere alla squadra una cattiva strada. Oggi, con queste moto, il livello è talmente alto che pur avendo una tecnologia enormemente superiore a quella degli anni passati ogni elemento è cruciale.

Nel 2019 si è passati da un motore Honda a 4 cilindri a un Triumph a 3 cilindri. Un pilota della categoria si è espresso molto felice del cambiamento, dicendo che quest’ultimo avrebbe avvicinato maggiormente la classe intermedia alla MotoGP. Sei d’accordo? Ora, con un anno di esperienza alle spalle con il nuovo motore, quali sono le tue idee?

Faccio una premessa: io ho sempre pensato che la Moto2 fosse molto propedeutica alla classe regina. È stato ampiamente dimostrato che chi veniva dalla Moto2 con un buon talento non ha poi sfigurato in MotoGP, come per esempio Zarco o Rins. Concordo con il pensiero di chi dice che il cambiamento;di motore è positivo perché non si è trattato di un mutamento isolato: insieme a questo è cambiata anche l’elettronica. Come hardware e software siamo molto vicini alla MotoGP,;i piloti hanno delle scelte che possono operare da loro, e la tipologia di motore è visibilmente diversa:;lo stile di guida è cambiato e noi del mestiere diciamo proprio che queste moto vanno guidate “tipo una MotoGP”, stando quindi in una particolare linea di frenata, prestando particolare attenzione per evitare highside eccetera. Dunque posso dire che, come stile di guida, come approccio, come forma mentis dei piloti ci si è avvicinati un po’ di più alla MotoGP.

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Laureata in Lingue, comunicazione e media, sono attualmente una studentessa di Scienze della comunicazione pubblica e d'impresa con una grande passione per il motorsport. Su F1inGenerale gestisco la redazione di MotoGP.
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