F1 | Analisi di fine stagione – McLaren: i nodi vengono sempre al pettine

Il 2018 doveva essere l’anno del riscatto per la McLaren, ma così non è stato. Anzi, la stagione appena conclusa ha scoperto le vere debolezze del team inglese, rivelandosi un’annata forse ancor più frustrante delle precedenti.

Foto: McLaren

Dodici campionati piloti. Otto titoli costruttori. Quando parliamo di McLaren, non ci riferiamo ad un team qualunque. Si tratta di una squadra che ha scritto e riscritto la storia di questo sport. Una gruppo che ha portato alla vittoria nomi come Lauda, come Prost, come Senna, Hamilton.
Ma ad oggi, agli sgoccioli di questo 2018, la McLaren non vince una corsa dal quel Gran Premio del Brasile, vinto da Button, ormai più di sei anni fa. Nell’era ibrida, iniziata del 2014, la McLaren ha raccolto solo intense e tremende delusioni, con soli 195 punti raccolti nelle ultime quattro stagioni.

L’incubo Honda

Prima di iniziare l’analisi dell’ultima stagione corsa dal team inglese, è necessario fare un passo indietro per ripercorrere le premesse di questo 2018.
Nel 2015, la McLaren ha scelto di ridar vita ad un binomio leggendario, il duo McLaren – Honda, vincitore di quattro titoli dall’88 al ’91, assicurandosi anche uno dei migliori piloti in griglia, Fernando Alonso.

Ma fin da subito, fin dai primissimi giri nei test invernali del 2015, le pecche della vettura sono emerse con un’evidenza disarmante. Quell’incidente, con dinamica tutt’oggi non ancor chiara, nel quale Alonso ha addirittura perso coscienza, oggi lo si può interpretare quasi come un presagio, un segnale premonitore di una serie di terribili stagioni che la McLaren avrebbe dovuto patire.

Dal 2015 al 2017, la causa del basso rendimento del team inglese sembrava chiara: la Honda. La casa nipponica è stata spesse volte derisa nelle dichiarazioni e nei team radio di Alonso, sempre più arrabbiato con il proprio motore, che pareva esser sia debole di performance, che poco affidabile. Ed il famoso “GP2 engine” frase che la Honda si è legata ben stretta al dito, è la perfetta rappresentazione della frustrazione vissuta nel momento.

Ma il film horror, che la McLaren stava vivendo in prima persona, sembrava essere ormai ai titoli di coda sul finire del 2017: finalmente si passa alla motorizzazione francese Renault. 

Il 2018, le tante aspettative per il riscatto

Le aspettative erano alle stelle, il morale anche. Ad Alonso non pareva vero d’essersi liberato del motore nipponico: nell’ultimo GP del 2017, lo spagnolo si è dilettato con una serie di donuts ridendo via radio “faccio un po’ di pratica per l’anno prossimo”. Il motore Renault doveva rappresentare la rinascita del team dopo tre lunghe stagioni, ma in McLaren hanno preso un granchio gigantesco.




Le difficoltà iniziali

Il neonato binomio McLaren – Renault non sembra andare d’accordo nelle prime battute dell’anno: quel motore, caratterizzato da una discreta affidabilità, sicuramente migliore di quella dimostrata dal motore Honda in tre anni, comincia a non funzionare sulla McLaren. Tante, tantissime le rotture nel rigido inverno catalano, ma solo sulla vettura inglese. Le altre scuderie spinte dal propulsore francese non sembravano soffrire di particolari problemi. La McLaren ha utilizzato le preziose giornate dei test a rivedere la propria vettura, cercando di capire per quale motivo il motore non riuscisse a resistere sulla vettura arancione. In seguito a diverse analisi emerge che la struttura della vettura non permetteva il corretto raffreddamento del propulsore, stressandolo eccessivamente oltre i limiti di sopportazione. Il problema era quindi di natura telaistica.

L’entusiasmo di inizio stagione

Risolti i problemi di surriscaldamento, la vettura pare cominci a funzionare. A Melborune la monoposto dimostra discrete prestazioni, ed il quinto posto di Alonso ne è la conferma: tanto è l’entusiasmo in casa McLaren, fomentato anche da quel “now we can fight”, ora possiamo lottare, di Alonso. Le aspettative crescono a dismisura e l’ottica di un mondiale in lotta, perlomeno per la terza posizione, sembra essere credibile.

foto: autosport

I primi dubbi

Dopo Melbourne, nelle successive tre corse, si è susseguita una serie di tre settimi posti. Nonostante siano discreti risultati, comincia a concretizzarsi un forte timore. La squadra non aveva mai messo in discussione il proprio telaio, anzi: nel 2016 Alonso aveva dichiarato che “la McLaren ha un telaio migliore della Ferrari, siamo secondi solo alla Mercedes“.
Eppure, a parità di motore, la RedBull stava ottenendo ottimi piazzamenti: tre vittorie nelle prime nove gare con prestazioni nemmeno paragonabili alla McLaren. E la differenza era netta sopratutto in qualifica: la RedBull rifilava con regolarità 1/1.5 secondi al team inglese. La confusione comincia ad impadronirsi della fabbrica di Woking: la McLaren non poteva più appellarsi alle scarse performance del propulsore, il motore era lo stesso. Le difficoltà dovevano, per forza di cose, essere di natura aerodinamica. Ma il team cerca di trovare una spiegazione: il ritardo era totalmente giustificato dai problemi sofferti nel corso dei test invernali, con gli aggiornamenti avrebbero colmato il gap.

I nodi vengono al pettine

Una McLaren sicura di sé sforna un ingente aggiornamento aerodinamico per Barcellona. Tra le varie novità spicca il nuovo muso, dalle linee particolari e rivoluzionarie. Il team è certo: le innovazioni portate saranno ottime e faranno scuola tra i team.
La gara si rivela una totale delusione. L’ottavo posto di Alonso in qualifica è comunque ancora lontano dai tempi delle RedBull, ed in gara la squadra non è riuscita a guadagnare posizioni.

Con tutta probabilità, il weekend spagnolo, nella terra di Alonso, deve avere avuto un forte impatto sul team e sul pilota di punta della squadra. E’ stata la conferma: la mancanza di passo era profondamente radicata nel telaio della squadra. Il passaggio al motore Renault era servito a ben poco: la Honda non è stato altro che il capro espiatorio della McLaren. Sicuramente il motore nipponico non era al livello della concorrenza, ma il 2018 ha rivelato un concorso di colpa, con l’ago della bilancia che tende maggiormente verso il telaio McLaren.

Ed il resto dell’anno non ha fatto altro che confermare e riconfermare: nelle rimanenti sedici gare, Alonso è riuscito ad entrare in zona punti soltanto quattro volte, il suo compagno Vandoorne, totalmente in difficoltà, una sola: tre ottavi posti in Austria, Silverstone ed Ungheria ed un settimo piazzamento in Messico è tutto ciò che Alonso è riuscito a tirare fuori dalla MCL33.

Foto: Formulapassion – Alonso a Baku

Mea culpa

La frustrazione è enorme. Forse peggiore delle stagioni precedenti, perchè la McLaren è stata costretta, per la prima volta negli ultimi anni, ad ammettere le proprie, e non altrui, colpe. La confessione arriva nel corso della stagione “il nostro telaio non genera sufficiente deportanza”.
La McLaren ha peccato d’orgoglio. Nelle stagioni con Honda, il team era troppo impegnato ad accusare la casa nipponica per analizzare a fondo con umiltà le prestazioni. Avrebbe dovuto rendersi conto da subito delle proprie mancanze aerodinamiche senza aspettare il cambio di motore. E non solo: se McLaren avesse compreso la natura del problema, probabilmente non avrebbe rotto con Honda, che ad oggi sembra essere più performante del motore Renault.




I danni provocati da McLaren

La mancanza di umiltà del team inglese ha danneggiato notevolmente, e forse irrimediabilmente, la carriera di due  grandi piloti, Alonso e Vandoorne: il driver belga non ha avuto la possibilità di dimostrare il talento emerso nelle categorie minori, schiacciato sì dalla potenza di Alonso, ma anche dalle difficoltà del team. Con tutta probabilità, se Vandoorne fosse approdato nella squadra in una situazione diversa, le cose sarebbero potute andare diversamente. Alonso a differenza di Vandoorne, non aveva niente da dimostrare, il suo talento è riconosciuto da ogni singolo fan di questo sport: tuttavia la McLaren ha turbato fortemente la carriera dello spagnolo, spingendolo fino all’abbandono del circus in direzione America, alla ricerca di vittorie che mancano da troppo per un fuoriclasse come Alonso.

Verso il 2019 per ripartire

Il 2019 deve rappresentare un punto di svolta per la McLaren: il team avrà nuovi piloti, Norris e Sainz, e il problema è stato finalmente individuato. Nonostante il gap dagli altri team sia enorme, è lecito aspettarsi dalla McLaren un netto salto di qualità. Il motore Renault di certo non aiuterà: a detta della RedBull, il propulsore Honda è più potente di circa 20 cavalli: se la situazione non dovesse cambiare nel 2019, la McLaren si ritroverà a correre con il peggior motore del lotto. Tuttavia la differenza di prestazione tra i propulsori potrà permettere alla squadra di togliersi  comunque qualche soddisfazione: se il team avrà risolto i problemi individuati in questa stagione, potremo anche rivedere un McLaren sul podio, e perchè no, magari anche alla vittoria di qualche Gran Premio.

foto: Lando Norris e Carlos Sainz, i futuri alfieri Mclaren.
Credits: caranddriver

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Davide Galli

Studente di giurisprudenza e appassionatissimo fin dall’infanzia di Formula 1. Amo qualunque cosa faccia "bruum"