Pubblicato il 5 Dicembre, 2020 alle 13:47

F1 | Grosjean racconta i 28 secondi trascorsi tra le fiamme

A pochi giorni dal grave incidente del Bahrain, Romain Grosjean ha fatto un racconto dettagliato di quei 28 secondi tra le fiamme, tra rassegnazione, Niki Lauda e il pensiero ai figli.

A distanza di pochi giorni dal drammatico incidente del Bahrain, Romain Grosjean, intervistato da Martin Brundle, ha fatto un racconto completo e dettagliato di quei 28 secondi trascorsi tra le fiamme.

L’attesa degli aiuti

Per me non sono trascorsi 28 secondi, mi sembrava fosse trascorso più di un minuto e mezzo. Quando la macchina si è fermata, ho aperto gli occhi e mi sono subito slacciato la cintura di sicurezza. La cosa che non ricordavo i giorni successivi è cosa ho fatto con il volante, perché non ho il ricordo di averlo tolto. Infatti poi la squadra mi ha detto di no, lo sterzo era entrato tra le gambe, tutto si è rotto ed è andato giù. Non dovevo preoccuparmi del volante, quindi ho provato a saltare fuori. Ma sentivo che qualcosa mi toccava la testa [il guardrail], così mi sono seduto di nuovo in macchina e il mio primo pensiero è stato: ‘Aspetterò’. Sono a testa in giù contro il muro, quindi aspetto che arrivi qualcuno ad aiutarmi”.

Il fuoco

“Non ero in pericolo, ma non sapevo che c’era questo incendio. Poi, guardo a destra e a sinistra e, mi accorgo che c’è il fuoco. Allora dico: ‘Ok, non ho proprio il tempo di aspettare’. Successivamente, ho cercato di salire un po’ di più a destra, ma non riuscivo ad uscire. Vado di nuovo a sinistra, e non funziona. Mi siedo di nuovo e poi penso a Niki Lauda, al suo incidente, e penso, sì, non può finire così. Non poteva essere la mia ultima gara, non poteva finire così. Non può essere. Così ci provo di nuovo. Ma sono bloccato.”

La rassegnazione

“Mi risiedo, e il mio corpo inizia a rilassarsi. E’ stato il momento peggiore, ma mi sentivo in pace con me stesso e ho pensato che stavo per morire. Mi sono chiesto: ‘Brucerà prima la mia scarpa, il mio piede o la mia mano? Sarà doloroso? Da dove inizierà il dolore?’”

Il pensiero ai figli

“E poi, penso ai miei figli, ‘Non possono perdere il loro papà oggi. Quindi, non so perché, ma ho girato il casco a sinistra, sono salito e ho provato a girare la spalla. In un certo senso ha funzionato. Poi, mi sono reso conto che il mio piede è rimasto incastrato nell’abitacolo. Così mi sono seduto di nuovo. Tiro più forte che posso sulla gamba sinistra. La scarpa è rimasta lì, ma il mio piede è uscito dalla scarpa. Rifaccio di nuovo la stessa manovra, la spalla passa attraverso la fessura e, nel momento in cui la spalla è passata, realizzo che posso saltar fuori”.

L’uscita dall’inferno

“I miei guanti sono normalmente rossi. Ma vedo, soprattutto quello sinistro, cambiare colore, iniziare a sciogliersi e diventare completamente nero. Sento il dolore delle mie mani che sono sul fuoco, ma sento anche il sollievo di essere fuori dalla macchina. Poi salto fuori, salgo sulla barriera e sento Ian Roberts tirare la mia tuta. Finalmente realizzo che non sono più da solo e c’è qualcuno con me”.

La sensazione di andare a fuoco

“Quando atterro e poi mi toccano sulla schiena, mi dico: ‘Oh merda, sono come una palla di fuoco in corsa’. Avevo in mente l’immagine che abbiamo visto in un video della FIA quando hanno fatto un test. Avevano messo qualcuno tra le fiamme e lui correva, il tutto per mostrare che la tuta era forte. Mi stringo la mano perché sono molto caldo e dolorante. Mi tolgo subito i guanti perché ho anche l’impressione che la pelle si stia sciogliendo, e che si attaccherà ai guanti. Quindi voglio togliermi subito entrambi i guanti, in modo che la pelle non si attacchi”.

I soccorsi

“Successivamente Ian viene a trovarmi, mi parla e mi dice: ‘Siediti!’. Gli ho risposto male, e gli ho detto: ‘Parlami normalmente, per favore’. Credo che abbia capito che stavo bene, che ero normale. E poi ci sediamo, siamo troppo vicini al fuoco e sento i ragazzi dell’estintore che dicono ‘La batteria è in fiamme, porta qualche altro estintore! Porta qualche altro estintore’. Poi, entro nell’auto medica, ci sediamo. Mi mettono un po’ di impacco freddo sulla mano. Dico loro che ho le mani bruciate e che il piede è rotto. Ma poi il dolore comincia a farsi sentire forte davvero, soprattutto sul piede sinistro. Le mani erano a posto, il piede sinistro inizia ad essere molto doloroso”.

“Ian mi spiega che l’ambulanza sta arrivando e che verranno con la barella e che io starò bene. E io dico: ‘No, no, no, no, andiamo a piedi verso l’ambulanza”. Loro dicono di no, ma io insisto. E loro: ‘Va bene, ti aiuteremo’. Credo che dal punto di vista medico non sia stata la decisione ideale. Ma hanno capito che per me era fondamentale nel momento in cui c’erano delle riprese di me che camminavo verso l’ambulanza. Avevo bisogno di mandare un altro messaggio forte, che comunicasse che stavo bene e che stavo andando a piedi verso l’ambulanza. Dopo di che, ogni volta che incontravo qualcuno, dicevo: ‘Ho due mani bruciate e un piede rotto’. Questo è tutto quello che potevo dire a tutti quelli che incontravo. Ero ovviamente spaventato dalla mia condizione e volevo che tutti quelli che venivano a curarmi sapessero quali erano i sintomi.”

“Questa è la storia completa dei 28 secondi. Come potete immaginare, sembravano più di 28 secondi con tutti i pensieri che avevo, quindi, devono essere stati millisecondi”.

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Vivo per scrivere, mi nutro di MotoGP e Formula 1
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