F1 | Intervista ad Antonio Tamburini: “Quella volta seduto allo stesso tavolo con Senna…”

Abbiamo intervistato in esclusiva Antonio Tamburini, ex pilota vicino alla Formula 1 e oggi titolare di una concessionaria di auto. Dalla prima volta sui kart all’incontro con Senna, Antonio Tamburini si racconta.

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Antonio Tamburini dopo la vittoria a Montecarlo – Foto: unknown

Antonio muove i suoi primi passi nei kart a dodici anni e in breve tempo conquista i primi titoli ed il titolo di Campione Italiano della classe 100 Intercontinentale. Nel 1987 esordisce nel Campionato Italiano di Formula 3 con la Reynard Alfa  Romeo del Team Coloni. In questa categoria ci rimarrà tre anni arrivando anche a vincere nel 1989 il prestigioso Gran Premio di Montecarlo con Camel Prema Racing. Nel 1990 debutta in Formula 3000 ottenendo ottimi risultati, tra cui la vittoria a Le Mans nel 1991. Dal 1992 al 2000 disputa il Campionato Italiano di Superturismo. Nel 1993 ritorna alla Formula 3000 con il Team Morninghoff alla guida di una Reynard 93-D. Antonio Tamburini ora gestisce una concessionaria multimarca che porta il suo nome e dal 1993 è  direttore dei corsi di guida dedicati ai clienti Ferrari. In questa breve intervista vogliamo estrapolare alcuni momenti più significativi della sua lunga carriera nelle ruote scoperte, tra incontri speciali e una celebre vittoria.

Antonio Tamburini, lei vanta una carriera da pilota invidiabile. Una delle sue vittorie più importanti in carriera è sicuramente quella a Montecarlo nel 1989, in Formula 3 col Team Camel Prema Racing. Ci racconti l’emozioni di un ragazzo poco più ventenne nel vincere in questo storico circuito.

La vittoria di Montecarlo arrivò in un periodo abbastanza importante perché era la terza gara della stagione ed io vinsi le prime due. Fu qualcosa di incredibile. Le sensazioni furono duplici, per la qualifica e per la gara. Con le Formula 3 le gomme da qualifica duravano qualche giro non essendoci un asfalto abrasivo e quindi in quei due giri della qualifica non ho respirato praticamente. Considera che neanche il rettilineo principale è dritto e sei sempre impegnato con il cambio.  Ho cominciato a riprendere fiato dieci minuti dopo la fine. Anche la gara è stata estenuante. Ho corso tutti i circa settanta giri con Montermini dietro che non mollava un secondo. A quei tempi poi c’era ancora il cambio a leva e non c’erano i controlli elettronici di trazione. Controllare la macchina ad ogni curva con uno che ti tallona costantemente tutto il tempo non fu per niente facile.

E qui gli amanti dei simulatori e delle auto moderne mi permetteranno di dire che guidare quelle auto era molto più difficile. Posso dire che a quei tempi anche in Formula 1 ogni cinque minuti venivano interrotte le sessioni perché qualcuno aveva rotto la macchina in qualche guard rail. Ora non è più così. Tornando alla domanda, al traguardo è stata tantissima la felicità e la soddisfazione personale.  A quei tempi inoltre le Formule minori erano veramente seguite. Le tribune erano piene, l’atmosfera era quasi uguale a quella che si respirava ad un gran premio di Formula 1, quindi vincere in un contorno del genere rendeva ancora più piacevole la vittoria”.

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Antonio Tamburini a bordo della Camel – Foto: unknwon

Poi ci fu un incontro speciale…

“La domenica sera, dopo la gara, come d’abitudine  i vincitori della Formula 3 e della Formula 1 venivano premiati in una serata di gala con tanto di fuochi d’artificio e Ray Charles al piano. Quell’anno vinse Senna. Mi ritrovai allo stesso tavolo con lui. Con la vittoria del pomeriggio, i fuochi d’artificio, e tutte le cose esagerate che puoi immaginare ci siano a Montecarlo in contorni del genere, l’incontro con Senna fu abbastanza destabilizzante; dopotutto avevo poco più di vent’anni. Lui comunque si dimostrò molto amichevole nonostante il divario sociale, sportivamente parlando”.

Fu la prima volta che vide Ayrton?

“Fu la prima volta che ci parlai. Avevo già visto Senna correre nei kart quando ero bambino. Era già spettacolare vederlo li”

Il mito di Senna nasce già ai tempi dei kart quindi…

“Assolutamente si. Per i piloti, i tempi dei kart sono importantissimi perché ti formano. Poi chiaramente come per il calcio fai tutta la gavetta insieme, per esempio io correvo con Morbidelli, Frentzen, Zanardi, Hakkinen nel mondiale Junior. Più avanti ci siamo trovati in squadra insieme con Frentzen a Macao, pista tra l’altro molto bella, difficile ma a differenza di Montecarlo c’è la parte più bassa in cui respiri”.

Negli anni dopo l’ha rivisto Ayrton?

“Negli anni successivi quando il Gran Premio di Formula 1 coincideva con quello di Formula 3000, ovvero nelle gare di Monza, Spa, Hockenheim e Silverstone, ci si salutava sempre. Quando io e il mio ingegnere avevamo un po’ di tempo libero e andavamo a girare nel paddock della Formula 1, lui ci vedeva e ci portava sotto la tenda della McLaren. Ci fu una volta in cui parlò per un’ora con il mio ingegnere su un particolare tecnico che montavano le Formula 3000 e che quindi poteva benissimo non interessarlo. Questo per far capire la passione anche tecnica che aveva e che tutti gli riconoscono. Per me è rimasta una persona importante e quando purtroppo è morto non se n’è andato solo il pilota, ma anche una persona di una grandissima umanità“.

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Foto: unknown

Nel corso degli anni nelle categorie propedeutiche si è sfidato, e tante volte ha battuto, piloti che poi sono approdati in Formula 1. A proposito di questo, so della sua ottima amicizia con Jacques Villeneuve, ci racconti un po’.

Con Jacques ci siamo conosciuti nel 1989, quando io ero al mio terzo anno di Formula 3 e lui debuttava in quella categoria. Quell’anno passai dal Team Venturini al Team Camel Prema Racing. La squadra prese me in veste di primo pilota, mentre Jacques venne preso per dargli modo di crescere. I suoi primi risultati non erano eccelsi, basti pensare che quando io feci la pole a Monaco e poi vinsi la gara, lui nemmeno si qualificò. Con il tempo però è cresciuto sempre di più e nel 1997 è addirittura diventato campione del Mondo di Formula 1. Questo per far capire l’enorme crescita che ha avuto e di conseguenza valorizzare il suo grande talento. Jacques voleva togliersi dall’ombra che ovviamente il suo cognome gli metteva. Ogni volta che eravamo in Italia la gente lo tartassava di domande su Gilles e la Ferrari“.

So che lei era ospite a casa sua in quegli anni

“Esatto, nel periodo in cui vinsi la gara di Montecarlo dormivo a casa sua. Questo per far capire l’amicizia che ci univa. Molti lo considerano una persona scontrosa perché dice semplicemente le cose che pensa ma posso assicurare che è una delle persone più buone e gentili che abbia mai conosciuto. Quando la domenica correva a Monaco in Formula 1, a fine gran premio Jacques mi caricava col pick-up insieme ai suoi amici e andavamo a cena insieme, offerto ovviamente tutto da lui. Non è una cosa scontata in quell’ambiente. Ricordo che in occasione della cerimonia della vittoria di Montecarlo andai con sua mamma a noleggiare lo smoking!”.

Nel 1997 diventa campione del Mondo…

“E viene a festeggiare in Italia come ospite in una delle discoteche più rinomate a quei tempi, vicino a casa mia. Passammo la serata insieme e cenammo in un ristorante proprio nella mia cittadina natale. Per ribadire ancora quanto è forte il nostro legame”.

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Foto: unknown

 


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Lei fa parte di quella generazione in cui i caschi erano iconici perché erano semplici ma esteticamente efficaci. Dietro di lei c’è il suo casco, sfoggia il tricolore ma ha anche influenze di caschi di altri piloti.

Nel kart devi contraddistinguere la nazionalità, quindi ognuno deve mettere nel proprio casco la bandiera della propria nazione. Per diversificare un po’ c’è chi la metteva in posizioni e forme diverse. Sostanzialmente nel kart il mio casco era bianco con la bandiera tricolore semplice. Nel passaggio in Formula, l’ho un po’ modificato prendendo spunto principalmente dai caschi di Ivan Capelli e Keke Rosberg nella parte della calotta. La cosa bella di quegli anni è che riconoscevi il pilota dal casco, indipendentemente da cosa guidava, ora sono tutti particolari. Personalmente io rimango legato ai vecchi caschi dei miei tempi e te li potrei disegnare tutti, ora dovresti essere un’artista, considerando anche il fatto che per quasi ogni gran premio fanno delle livree speciali”.

Lei ha svolto negli anni anche test privati di Formula 1, come mai non è mai approdato nel Circus come pilota ufficiale?

Ho fatto dei test privati per Andrea Moda, Coloni e AGS di cui ero collaudatore ufficiale. Coloni mi chiamava spesso ad effettuare test, a causa delle continue discussioni che aveva con  Bertrand Gachot e nel 1991 feci con loro dei test a Imola in cui c’erano anche le altre scuderie e quindi ho condiviso l’asfalto con tutti i nomi importanti dell’epoca. Rividi anche Ayrton che anche in quel frangente si dimostrò molto amichevole. Gli dissi che avrei guardato attentamente gli specchietti per farmi da parte quando sarebbe passato. Ricordo che non andavo male ma chiaramente alla fine del giro il distacco era abbastanza importante anche se rifilai un secondo e mezzo a Bertrand che in quei test era il mio compagno. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, in realtà, avevo firmato per correre come pilota ufficiale per Larrousse-Lamborghini in Formula1 per il 1992. Ero pilota Camel da un bel po’ di anni e in quel periodo stavo raccogliendo ottimi risultati in Formula 3000.

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Inoltre Camel sponsorizzava la Larrousse e quindi era stato deciso che sarei passato in Formula 1 a correre per la scuderia francese. Qui entra in gioco il fattore fondamentale per il quale non sono diventato pilota ufficiale di Formula 1. A venti giorni dall’inizio del mondiale di Formula 1 1992, la Camel si ritira da tutte le competizioni motoristiche a cui si era iscritta comprese F1 e MotoGP ed io sono rimasto sostanzialmente senza sedile. Qui comincia la mia parte di carriera come pilota nel campionato Super Turismo. Avevo già dato il mio consenso all’Alfa nel partecipare alle tre gare libere che avrei avuto dalla F1, con il ritiro della Camel presi parte al Super Turismo a tempo pieno. Qui finisce la mia carriera da pilota a ruote scoperte e inizia la parte a ruote coperte”.

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Giacomo Ansani

Mi chiamo Giacomo e ho 21 anni. Fin da bambino sono sempre stato un appassionato di automobili e motorsport, in particolare nutro una forte passione per la Formula 1. Il mio sogno è quello di fare della mia passione un lavoro.