F1 | Lewis Hamilton sul razzismo: “Non voglio che i miei nipoti subiscano quello che subito io”

Tra i tanti temi trattati da Lewis Hamilton in una lunga intervista rilasciata pochi giorni fa non potevano mancare quelli del razzismo e dell’impegno sociale.

Lewis Hamilton razzismo
Foto: sputnikitalia

Quello visto in questo stranissimo 2020 è stato un Lewis Hamilton inedito. Non tanto per quello fatto in pista, dove ormai domina da anni, ma per il suo impegno fuori dal paddock. Dalla morte di George Floyd è diventato uno dei principali esponenti del movimento Black Lives Matter, consapevole della risonanza che possono avere le sue parole. Da lì è iniziata una lunga serie di iniziative come quella della Lewis Hamilton Commission con lo scopo di sensibilizzare sul tema del razzismo e aprendo le porte del motorsport a quanti vivono in condizioni disagiate.

“Ricordo benissimo il momento in cui ho visto il video della morte di George Floyd. Vedere un uomo morire davanti a persone che per paura non facevano nulla per impedirlo. Ho pianto molto. Mi ha rimandato ad eventi vissuti sulla mia pelle anni fa. Da quando ho cinque anni mi trovo a fare i conti con il tema del razzismo. Mio padre mi ha sempre detto ‘Zittiscili in pista’. Mi sono trovato a dover reprimere un sacco di emozioni e così quando ho visto quel filmato ho capito che era arrivato il momento di fare qualcosa. Se rimaniamo in silenzio tutto questo continuerà ad esserci. Non voglio che i miei nipoti debbano vivere quello che ho vissuto io.

Ho cercato di far capire alla Formula 1 che era importante far passare un messaggio positivo. Ho chiesto a tutti di inginocchiarsi prima delle gare. Vedevo che tutti rimanevano in silenzio pur avendo la possibilità di arrivare a migliaia di persone. Il mio team è stato il primo a supportarmi. Abbiamo introdotto la livrea nera dando vita a una catena di iniziative. Tutti i nostri partner hanno dovuto modificare qualcosa. Credo che come sport fossero molto nervosi su quale fosse la cosa giusta da fare. Dei venti piloti in griglia solo tredici si inginocchiano la domenica. Non so il motivo per cui gli altri sette non lo facciano ma sono sicuro che in molti ancora ignorano il reale motivo per cui facciamo tutto ciò.

Più sei famoso, maggiore seguito hai e maggiore possibilità di far arrivare agli altri le tue idee. Mi sento privilegiato in questo. Ho avuto molto successo nella mia carriera. Ma a cosa servono tutti quei numeri? Perché sono stato l’unico scelto per rappresentare la gente di colore in questo sport? Ho sempre creduto che il mio compito fosse quello di utilizzare la mia voce per incoraggiare il cambiamento.  Il mio obiettivo è quello di invertire la rotta del nostro mondo. In tutto ciò è stato fondamentale il movimento Black Lives Matter. 

Non so perché Petrov abbia criticato il mio impegno sociale prima del GP del Portogallo, non lo conosco bene e non mi va di commentare. Non capisco nemmeno perché la FIA abbia proibito di indossare maglie con messaggi sociali sul podio. Se riterrò giusto farlo ancora lo farò. Non viviamo in un mondo in cui è tutto ok. Ricordo di aver spinto ancora di più al Mugello per poter salire sul gradino più alto e dire ‘Breonna è per te’. Nessuno in 70 anni di Formula 1 aveva mai fatto qualcosa di simile. Io ero lì non solo per ma per qualcun altro. Una delle sensazioni migliori della mia vita”. 

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