Pubblicato il 1 Ottobre, 2020 alle 21:14

F1 | Life, storia di un disastro epocale

La Life fu un team italiano di F1 che corse nel 1990 e, a suo modo, fece la storia. Avventure, disastri e aneddoti di una squadra improvvisata

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L’avventura dell’italianissimo team Life in F1 nasce grazie all’ex ingegnere della Ferrari, Franco Rocchi che a fine anni ‘80 progetta un inedito motore 12 cilindri a W.  Il progetto prevedeva tre bancate da quattro cilindri in luogo delle classiche due bancate a V. Il fascino e l’ambizione dietro a quel motore attirarono Ernesto Vita, imprenditore e appassionato di motorport che acquisì i diritti sul progetto.

L’intento era quello di costruire e sviluppare il motore per rivenderlo a team già attivi in Formula 1. La mancanza di acquirenti però, fece saltare i piani iniziali. Il propulsore made in Italy venne proposto a diversi team, che però rifiutarono l’offerta senza troppi complimenti. La geometria del propulsore e le incognite sul progetto rappresentavano un rischio che nessuno era disposto a correre.

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fonte: Camrades-blog.com

Nasce la Life F1

Fermamente convinto della bontà del rivoluzionario progetto e anche per non vanificare gli investimenti già compiuti, Ernesto Vita decise così di mettere assieme le poche risorse a disposizione. Nasce così la Life, dalla traduzione in inglese del suo cognome. Nel corso del 1989, l’imprenditore italiano incontra Bernie Ecclestone e Jean Marie Balestre, presidente FIA, ottenendo il via libera alla partecipazione del mondiale 1990.

La neonata Life F190 venne presentata sul circuito di Vallelunga. Il telaio era quello della First Racing: Vita acquistò il progetto e fece apportare alcune modifiche per adattarlo all’ingombrante W12.

L‘impresa non era certo di quelle semplici: la compagine emiliana era, assieme alla Ferrari, l’unico team del mondiale a costruire tutto in casa, dal telaio al motore. La Life si scontra frontalmente con la dura realtà del circus. Alla prima apparizione a Phoenix, gara inaugurale della stagione, l’unica vettura affidata a Gary Brabham non riesce a superare le prequalifiche, ottenendo un tempo di 39 secondi più lento della pole.

Le cose non andarono meglio neppure nelle gare successive. In Brasile si verificò una situazione tragicomica: i meccanici al box misero in carica la batteria della monoposto ma i tecnici del tracciato, a causa di alcuni lavori, staccarono la corrente. Risultato? Batteria scarica e impossibilità di girare. Ma non è tutto: la Life non avrebbe mai percorso neppure un metro a prescindere dalla batteria scarica. Un difetto di progettazione del sistema elettrico le avrebbe comunque impedito di scendere in pista.

Gary Brabham, figlio del grande Jack, decise di salutare la compagnia dopo la seconda gara: le pessime prestazioni, unite alla scarsa preparazione del team, lo convinsero ad abbandonare il team di Ernesto Vita. Il sostituto naturale di Brabham era Franco Scapini, il pilota di riserva. Ma quest’ultimo era privo della superlicenza necessaria per correre in Formula 1, così Vita optò per l’esperto Bruno Giacomelli, assente in Formula 1 ormai da sette stagioni.

Nonostante l’esperienza di Giacomelli le prestazioni non accennarono minimamente a migliorare. Ernesto Vita decise così di abbandonare il sogno del W12 e di passare al più classico motore V8 Judd. Ma i risultati non cambiarono affatto. La F190 a stento usciva dalla pit lane e nel migliore dei casi si fermava a bordo pista dopo qualche giro ad andatura ridotta. I pochi tempi fatti registrare erano, nel migliore dei casi, a circa 10 secondi dalla vettura più vicina. In quattordici apparizioni, mai la Life riuscì a superare lo scoglio delle prequalifiche e a partecipare ad un Gran Premio.

Il tallone d’Achille era proprio il motore W12 di soli 370 cavalli (anche se qualcuno sostiene arrivasse a 450…) contro gli oltre 700 degli altri propulsori. A Hockenheim, Ayrton Senna sorpassò Giacomelli viaggiando a 345 km/h contro i 240 km/h della Life; impietoso il confronto dei cavalli tra le due vetture: i 370 del 12 cilindri a W Life, contro i 700 della Mclaren Honda.

All’inadeguatezza tecnica si affianca quella organizzativa e strutturale. La sede della squadra era un modesto garage di 2000 mq. nella provincia di Modena nel quale lavorano un paio di meccanici a corto di materiale e di esperienza e alcuni uomini più esperti, per lo più provenienti dalla Ferrari. La disastrosa avventura della Life si conclude due gare prima della fine della stagione 1990, quando i soldi a disposizione di Ernesto Vita finirono, contemporaneamente alla favola di una squadra nata per caso.

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1997, studente di giurisprudenza, appassionato di fotografia e di motorsport.
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