F1 | Settant’anni di passione, drammi e leggende: auguri Formula Uno!

Gare sparse qua e là sin dalla fine dell’Ottocento, e poi la grande unificazione dopo la seconda guerra mondiale. La “Formula A” diventa Formula Uno. E si apre un lungo, appassionante romanzo.

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In principio, si chiamava “Formula A”. Stava arrivando la rivoluzione del Novecento, quella che dopo i “Gran Premi” (denominazione nata nel 1906) avrebbe fatto piazza pulita di tutte le gare che impazzavano all’epoca. Campionati d’Europa, campionati del mondo per costruttori, o la “Formula Grand Prix”, dove contava chi aveva beccato meno penalità e non quanti punti avevi ottenuto. Nel 1948, dopo due anni dalla nascita, la Formula A mutava denominazione. Si sarebbe chiamata “Formula Uno”, ed ecco che possiamo immaginare tutto ciò come la rivelazione della copertina di un libro. Perché da lì in poi, c’è solo da leggere un romanzo straordinario.

FANGIO E GLI ALTRI

Sino a prima dell’epoca Schumacher, bisognava battere lui. Juan Manuel Fangio, argentino, che vinse cinque titoli Mondiali in sette anni, il metro con cui misurarsi . Argentino di Balcarce, con Alfa Romeo, Maserati e Ferrari “El Chueco” fece la storia. Almeno sino a quel momento. Il Mondiale era nato nel 1950, con il Gran Premio d’Inghilterra a Silverstone: la terra d’oltremanica, così come per il calcio, è la culla della Formula 1.

Cinquantadue titoli mondiali (19 piloti e 33 di costruttori) appartengono agli inglesi. La Ferrari, sempre presente ad ognuna delle edizioni iridate, saltò curiosamente quel primo GP della storia preferendo impiegare mezzi e risorse a un’altra gara in Belgio. Il primo, storico Mondiale di F1 lo vince Nino Farina, ma è Alberto Ascari a prendersi quegli unici due Mondiali lasciati da Fangio: nel 1952 e 1953 arrivano i primi trionfi per il Cavallino. Ascari perirà a 36 anni, stessa età di quando morì suo padre Antonio.

Credits: P300.it

Hawthorn, Graham Hill, Surtees, John Brabham, Jim Clark. Nomi leggendari, nei decenni successivi. E Denny Hulme, l’unico campione del mondo neozelandese, che corre anche al fianco di Bruce McLaren, altro neozelandese di Auckland che batte una rara malattia alle gambe da ragazzo, e dà vita a una delle scuderie più famose di sempre. Miti e dolori: McLaren muore a Greenwood durante un test, Clark mentre corre in Formula Due. E c’è anche un italiano: Lorenzo Bandini scompare dopo un fatale incidente a Montecarlo. A Brisighella, in provincia di Faenza, ogni anno si assegna un trofeo a suo nome a chi si è particolarmente distinto in ciascun anno nell’automobilismo.

Nel settembre 1961 a Monza la peggior tragedia della storia del circus: Wolfgang Von Trips vola fuori pista con la Ferrari uccidendo anche una quindicina di spettatori appostati sulla sommità di un terrapieno. Velocità, ma niente sicurezza. Ma all’epoca pare far parte del gioco.

Credits: Gazzetta dello Sport

I MITICI SETTANTA-OTTANTA

Nel frattempo, da un piccolo villaggio del Norfolk, era arrivata la Lotus. Il carismatico fondatore, Colin Chapman, sarà uno dei personaggi più importanti del circus. Tra il 1963 e il 1978 la casa colleziona 13 titoli (7 piloti e 6 costruttori) e mette in vetrina campioni del mondo quali Jochen Rindt, Emerson Fittipaldi e l’ultimo pilota iridato della casa, Mario Andretti.

Ma soprattutto, è arrivato dall’Austria un puntiglioso e maniacale pilota tutto calcoli e raziocinio: si chiama Niki Lauda, uno che spiega ai meccanici come funziona la macchina, e non il contrario. Quando arriva in Ferrari, al primo test non ha mezzi termini: “questa macchina è una m…”. Vincerà tre titoli col Cavallino, e un altro, nel 1984, con la McLaren per solo mezzo punto di distacco dopo che a Monaco la gara fu interrotta e il punteggio dei classificati in quel momento, dimezzato.

Nel 1976, il 1 agosto, al micidiale Nordschleife, la macchina di Lauda brucia e lui ci rimette il viso e quasi la vita. Le ustioni lo accompagneranno per tutta la vita, ma dopo 42 giorni è in pista a Monza per continuare a contendere il titolo al George Best della Formula Uno, quel James Hunt tutto donne, alcool e strafottenza. Lauda, per paura di rimetterci le penne definitivamente, lascerà il titolo nelle mani dell’inglese, dopo essersi volontariamente fermato all’ultima gara, il Gran Premio del Giappone, sotto una pioggia torrenziale.

Nel 1979 la Ferrari vince l’ultimo titolo prima di un lungo digiuno con Jody Scheckter. A Maranello però, il commendator Ferrari ha un debole per il suo compagno di squadra, un francese al quale non interessa altro che correre e andar veloce: si chiama Gilles Villeneuve, e lo tratterà come un figlio. A Digione, in quel ’79, va in scena il miglior duello della storia della F1: Gilles contro Arnoux, e vince il ferrarista. Prima che nel 1982 un incidente a Zolder lo tolga per sempre di scena. Ma anche qui, faceva parte del gioco. Esordisce poi la Williams, del fondatore Frank: nel 1980, ’82 e ’87 vince con tre piloti diversi, Alan Jones, Keke Rosberg e l’istrionico Nelson Piquet.

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Nel 1984 invece si affaccia sui circuiti un brasiliano di San Paolo: ha vinto molte gare in Formula Ford in Inghilterra, poi se n’era tornato in Brasile. Ma senza correre, non era più felice. Un brasiliano che ha la saudade della velocità: ed eccolo sulla Toleman, e poi alla Lotus di Chapman. Vince il suo primo Gran Premio in Portogallo, il 21 aprile del 1985: pole, giro veloce e primo posto. Si chiama Ayrton Senna.

La fine del decennio gli regala un acceso duello con un francese di nome Alain Prost. Passato in McLaren, Senna trova “il professore”, già campione del Mondo nel 1985 e ’86 che viene sorpreso da quanto questo mago della pioggia gli dia del filo da torcere. E’ una rivalità interna alla stessa scuderia che il responsabile Ron Dennis fatica a contenere. Il culmine nel 1989: a Suzuka, i due si speronano, Senna, campione nel 1988, rientra e vince. Ma la FIA gli toglie la vittoria e la patente per 6 mesi, provvedimento poi revocato. Era rientrato facendo lo slalom tra le gomme della via di fuga.

(Photo credit should read TOSHIFUMI KITAMURA/AFP/Getty Images)
I NOVANTA E UNA NUOVA ERA

Si chiude un decennio col botto, nel vero senso della parola, e se ne apre un altro allo stesso modo. “Sono contento di andarmene, è impossibile avere Ayrton come compagno di squadra”, tuona Prost, che se ne va alla Ferrari. E un anno dopo, stessa scena e stesso delitto: è Senna a buttarlo fuori e a vincere il Mondiale, che replicherà nel 1991 dopo una agonica vittoria in Brasile dove effettua gli ultimi 7 giri in sesta marcia per la rottura del cambio, che da manuale passa a automatico con dei piccoli flap dietro al volante ben più maneggevoli. Gli anni Novanta sono il momento in cui la Formula 1 esplode: piena di campioni, di astri nascenti, di storie da raccontare.

Nel 1992 vince Mansell con la Williams e le sue sospensioni elettroniche, nel 1993 c’è l’ultimo acuto di Prost, che dopo un anno sabbatico torna nel giro e vince il suo quarto titolo, uno in più dell’arcirivale. Sul podio del GP d’Australia, ultima gara del 1993, Senna issa Prost sul gradino più alto. “Era giusto finisse così”, dice il brasiliano a fine corsa. Che con una McLaren ben presto fuori dai giochi, porta al limite una vettura non all’altezza scrivendo imprese memorabili come quella di Donnington al GP d’Europa, dove sotto la pioggia, ancora una volta, effettua cinque sorpassi nel corso del primo giro e poi distacca tutti andando a vincere. Su 24 gare disputate sul bagnato, Senna ne ha vinte 14: da giovanissimo, usciva con il suo kart e si inzuppava fino a tarda sera fin quando non avrebbe saputo guidare al meglio il mezzo in condizioni di pioggia.

Che i morti non facciano più parte del gioco, però, lo si capisce il 1 maggio 1994. Stavolta è diverso. Il week-end nero di Imola, dove scompare Ayrton e insieme a lui, il giorno prima, Roland Ratzenberger, impone una totale riflessione. Il processo porterà Patrick Head, il progettista, all’assoluzione. Il piantone dello sterzo, difettoso, pare fosse stato modificato su indicazione dello stesso Senna. Che lascia un vuoto incolmabile nella Formula Uno e fa sprofondare il Brasile in un lutto senza precedenti.

Credits: La Giornata Sportiva

Viene introdotto il limite di velocità ai box, rifatte le macchine, fondato un sindacato piloti e cancellato il curvone della morte, quel Tamburello che ha portato via forse il più grande pilota d’ogni tempo. Senza più Senna in pista, lo scettro va a Michael Schumacher e alla sua Benetton, motorizzata prima Ford e poi Renault: il tedesco che iniziò nel kartodromo di Kerpen vince in quel 1994, seppur con qualche scorrettezza di troppo, sull’altra Williams, quella di Hill e bissa nel 1995. La Ferrari, in una crisi tecnica profonda, lo porta a Maranello nel 1996.

Ci vogliono quattro anni di tentativi per vincere il Mondiale dopo 21 anni, nel 2000, e tanti bocconi amari: nel 1997 sperona Villeneuve figlio nel finale thrilling di Suzuka, poi viene beffato da Hakkinen due anni di fila. Schumacher diventa il pilota con più titoli in assoluto, sette, e quest’anno Lewis Hamilton va alla caccia dell’aggancio in vetta per puntare poi al sorpasso.

La Formula 1, nel frattempo, è cambiata ancora: standard di sicurezza ormai altissimi, ginepraio di regole e conseguenti polemiche,;una Spy Story nel 2007 con la McLaren che sottrae qualche trucco del mestiere alla Ferrari,;e tanti campioncini di passaggio incoronati (Alonso, Raikkonen, Button, Rosberg), prima del dominio odierno dell’inglesino della Mercedes, che ha già battuto quasi tutti i record. In Australia, quando in Italia saranno le 6.10 del mattino, inizia un altro capitolo di questo lungo romanzo, la stagione dei 70 anni.