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F1 | F1 Academy, quali speranze per le donne in Formula 1?

La F1 Academy può davvero dare la spinta per favorire l’ingresso di più donne in Formula 1? Qualche riflessione dopo Jeddah.

Speranze e prospettive della F1 Academy, la serie che dovrebbe favorire l’arrivo di più donne in Formula 1. Dopo il round inaugurale di Jeddah, ci lasciamo andare a qualche riflessione su ciò che è stato e ciò che verrà.

F1 Academy donne in Formula 1
Susie Wolff sventola la bandiera a scacchi a Jeddah – F1 Academy

F1 Academy: sì, c’è ancora domani – Verdiana Paolucci

Viviamo in un’epoca moderna in cui i pregiudizi di genere continuano a persistere. Figuriamoci in
ambito sportivo. Da sempre la Formula 1 è considerato uno sport di soli uomini, e se vediamo le
statistiche, la realtà è tristemente questa. In più di settant’anni dalla nascita della categoria massima
del motorsport, le donne si contano sulle dita di una mano. E solo una di loro ha corso in un Gran
Premio, arrivando anche a punti: Lella Lombardi, l’italiana che nel 1976 entrò nella storia. L’ultima
donna, invece, ad aver gareggiato in un mondiale di Formula 1 è Giovanna Amati (nel 1992).

Più di trent’anni dopo, ci si riprova: dalle ceneri della sfortunata W Series è nata la F1 Academy,
programma fortemente voluto da Susie Wolff (che, a dispetto del cognome famoso, vanta di essere
un’ex pilota di riserva Williams) per favorire l’integrazione delle donne in Formula 1. Dal 2024, c’è
una novità: la categoria massima supporta attivamente l’Academy, con ogni team che nomina una
propria pilota, la quale corre sotto il suo nome e con la sua livrea.

Le ragazze non saranno allo stesso livello dei piloti di F1, ma hanno grinta da vendere: lo scorso
anno, Marta Garcia si è imposta come la prima campionessa. Quest’anno, Doriane Pin e Abbi Pulling
sono di un’altra categoria. Certo, la strada è ancora lunga, ma non impossibile. In passato abbiamo
visto donne correre in Formula 1, quindi perché la storia non può ripetersi? Si spera, ovviamente, in
un futuro immediato. Affinché ciò avvenga, però, deve esserci un cambiamento radicale in seno allo
sport. Basta pregiudizi, basta luoghi comuni, basta sessismo.

Susie Wolff ci aveva già avvertito, quando lo scorso dicembre rispose a tono alla FIA, dopo la
presunta indagine di conflitto di interessi (poi archiviata con imbarazzo nell’arco di 48 ore). Questo è
un ambiente tossico e misogino. La Formula 1, in quanto sport privilegiato, dovrebbe per prima dare
l’esempio di inclusività.

A piccoli passi, la F1 Academy può davvero dare un’opportunità alle ragazze che sognano di guidare
in Formula 1: sì, c’è ancora domani.

L’amore per le corse – Antonio Spina

Cos’è che rende uno sport godibile? Quella formula che porta i papabili appassionati ad incollarsi allo schermo e non perdersi un secondo d’azione? Il comune denominatore di tutti gli sport motoristici, sotto questo aspetto, è il divertimento. Che si tratti di monoposto, vetture GT, fuoristrada, motociclette o camion, lo spettatore medio – il più diffuso – vuole soltanto divertirsi.


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In quest’ottica, la sfida principale per una nuova categoria alla ricerca di pubblico è intrattenere il potenziale appassionato. Si possono avere le più incredibili automobili al mondo, guidate dai piloti più forti e coraggiosi, ma la Formula 1 dimostra che, se le gare sono noiose, l’audience calerà drasticamente. Una conseguenza che il Circus tampona solo grazie alla sua storia.

La F1 Academy riesce in questo? A giudicare dalle prime due gare di Jeddah, la risposta è semplice: ci riesce eccome. Il gruppo, abbastanza compatto da garantire incertezza fino alle ultime fasi di gara, sa essere attivo, aggressivo – fin troppo – e spettacolare, come si addice ad una categoria F4. Certo, la disparità fra i talenti in pista si nota, ma lo stesso vale per moltissime categorie minori.

Tutto ciò non ha necessità di esplicitare il sesso di chi guida quelle monoposto. Uomini, donne, ragazzini, anziani: con un casco in testa, è la macchina a parlare. E se la macchina racconta una storia avvincente, per quale motivo non si dovrebbe darle una chance? È questo che rende vivo il motorsport. E se esiste una mission, in effetti, è ancor meglio.

Foto Copertina: F1 Academy

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