Giornalismo italiano e Formula 1: se per essere esperti bastasse il silenzio?

Il giornalismo sportivo motoristico italiano, o almeno una gran parte di esso, si sa, vive di pepe. E la Ferrari è la vivanda su cui tutto questo pepe viene gettato, dalle frasi decontestualizzate che indignano i lettori all’onniscienza del giornalista, l’esperto massimo, animato dall’euforico pensiero delle migliaia di click che pioveranno sul titolone del nuovo, succulento articolo.

giornalismo italiano e Formula Uno
foto: Ferrari

Come nel nostro paese – ma restringiamo subito il campo, parliamo del tifo nel nostro paese – è consuetudine da sempre, le opinioni cambiano di giorno in giorno, le sentenze vengono sparate di cannone in cannone e i giudizi e le critiche – se così meritano di essere chiamate – escono spesse volte dal lavorio di menti mal informate o poco applicate. Un po’ come quegli studenti che hanno il potenziale ma non lo sfruttano, per intenderci. Ed ecco che, saltando nel grande circo che chiamiamo Formula Uno, tutto ciò si può constatare con la poca attenzione che caratterizza quegli scolari pigri. E dove, se non nel giornalismo italiano? Così, ad un certo punto, inevitabilmente, prima o poi sorge, completamente spontanea e quasi inavvertita, la fatidica domanda: chi ha ragione?

Nessuno. Nessuno ha ragione. Semplicemente perché, per quanto si possa essere appassionati,;per quanto la Formula 1 possa essere il pane quotidiano del tifoso più accanito,;per quanto gli esperti siano esperti, restano al di fuori di ciò che succede in quella scuderia così chiacchierata che attira la marea di sguardi che le si posano sopra,;con puntualità disarmante, ogni fine settimana. Un altro tratto tipico del tifo del Cavallino è la sindrome della banderuola: il giornalista della nota Bibbia rosa del tifoso medio scrive che il pilota tal dei tali è il problema della scuderia – le passate stagioni fanno da esempio – ed ecco che, il giorno dopo, perbacco, svelato il problema del Cavallino! Malattia diagnosticata, non ci sono dubbi. Il pilota! Come mai non ci siamo arrivati prima?

Purtroppo però questo entusiasmo – diamine, abbiamo appena scoperto la causa dei mali della Ferrari! – fa appena in tempo a fare il giro dei bar sport di provincia prima di essere soppiantato da quello per la nuova, sensazionale scoperta dei finti insider: il problema è il Team Principal. È talmente ovvio! Cosa aspettiamo a mandarlo a casa? Via, morto un Team Principal se ne fa un altro. E il giornalismo sportivo italiano, con il tifo come un cane fedele dietro al pastore, continua a vivere di questo: speculazioni, montagne di critiche e tanta ipocrisia. Sì, perché la sindrome della banderuola si manifesta prima di tutto nel sintomo lampante dell’ipocrisia.

Si sa, le opinioni cambiano; e per quanto la figura del giornalista sia spesso sovrapponibile a quella del leader d’opinione,;ogni tanto è il giornalista stesso a doversi adattare a una nuova tendenza. E così il quotidiano sportivo più letto d’Italia cambia la propria visione del famigerato problema in modo repentino, quando anche i tifosi si rendono conto che c’è una nuova questione, una questione terribile: la monoposto. La monoposto non va. E il pilota che fine ha fatto? Nelle scorse due stagioni nessuno si era mai fatto troppi scrupoli nel buttare, nero su rosa, una cascata di fango su Vettel (facciamo pure i nomi). Troppo debole, non ha più smalto, addirittura non la sa guidare, la Ferrari. Peggio ancora, non merita un sedile in Ferrari.

Però, c’è un però. Dopotutto il pilota in questione è un quattro volte campione del mondo. E allora negli ingranaggi delle argute menti degli editori viene macinata, piano piano, l’idea che forse la causa di tutti i mali non sia più il pilota. Anzi, ora viene difeso perché, testuali parole, “quando si parla di un quattro volte campione del mondo è bene pensare non una, ma quattro volte a quello che si sentenzia”. Giustissimo, diremmo tutti annuendo come giraffe. E su questo non c’è dubbio, se non fosse che l’ipocrisia di fondo è assurdamente folgorante.

Perché il pilota che fino a qualche settimana fa era debole, poco lucido, un po’ scemo anche, quello che non merita il grande onore che è guidare una Ferrari, oggi è un grande, un quattro volte campione – mica stiamo pettinando le bambole, perbacco – che ha avuto la sfortuna di ritrovarsi nel mezzo di una crisi della quale non è responsabile. E l’immagine cambia radicalmente, da colui che rovina l’amata Rossa alla Rossa che rovina il pilota come una matrigna cattiva.

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Martina Andreetta

Studentessa di lingue e comunicazione con una grande passione per il motorsport. Un giorno sogno di far parte di questo mondo.