Historic Minardi Day | Intervista esclusiva a Jo Ramirez: “I test in F1 ci mancano”

Jo Ramirez è stato coordinatore della McLaren dal 1984 al 2001 ed ha svolto un ruolo importante nella costruzione del team che sotto la guida di Ron Dennis ha conquistato 10 titoli piloti e 7 costruttori. A F1inGenerale Jo ha concesso un’intervista in occasione del Minardi Day in cui ha spiegato il modo in cui la Formula Uno si è evoluta nel corso del tempo, soprattutto in merito alla gestione dei test.

Jo Ramirez
Jo Ramirez – Foto: F1 Fanatic

Grazie all’esperienza maturata durante il periodo in cui è stato coordinatore della McLaren lei è diventato un vero punto di riferimento per quanto riguarda le modalità di gestione e coordinazione di un team di Formula Uno. Quali sono, dal suo punto di vista, le cose che cambiarono maggiormente in quegli anni rispetto alla Formula Uno del passato, e quanto sono ulteriormente cambiate oggi?

Direi che, sia per il tempo che ha preceduto il periodo che passai in McLaren sia per tutto ciò che è venuto dopo, la Formula Uno abbia subito notevoli cambiamenti, tanto da non essere più associabile a quanto c’è stato prima. Quella di oggi è una cosa totalmente diversa. jo ramirez

Lei ha vissuto un periodo in cui tutto il lavoro di test sulle monoposto non veniva fatto tramite simulatore, come oggi, ma in pista, con un team di sviluppo e collaudo. Ci può dire qualcosa in merito a questa modalità di lavoro?

Arrivammo un po’ in ritardo rispetto ad altri gradi team, penso in particolare a Ferrari e Williams, ma il lavoro svolto dai collaudatori e dal team di test in quel periodo fu fondamentale per la competitività della McLaren.

Al giorno d’oggi i test sono molto ridotti, e devo dire che ci mancano. Ovviamente mancano per tutti, nel senso che tutti i team devono ovviamente essere uniformati alle modalità di collaudo. L’abolizione dei test privati ha infatti cercato di uniformare le cose, soprattutto a livello di costi. Ma penso sia una limitazione per tutti.

Alla luce di tutto questo, sarebbe interessante pensare ad una modifica dei weekend di gara, magari avendo un venerdì con più tempo di prove a disposizione. Si potrebbero fare tante cose, ma la situazione è complessa. Le monoposto di oggi sono così complicate, così costose. Forse però non era necessario, in termini sportivi, arrivare ad una tale complessità. Quello che vediamo attualmente non è quello che il pubblico cerca. È molto complesso, se non impossibile, che uno sport altamente tecnico possa intrattenere davvero. Basti pensare a quello che succede attualmente: Ferrari e Mercedes sono i team più ricchi, e dunque riescono ad avere enormi risorse per lo sviluppo, creando monoposto tecnicamente molto più forti della concorrenza, e di fatto destinate ad alternarsi nelle vittorie, lasciando poco al resto della griglia.

Per quanto riguarda i piloti attualmente in griglia, cosa pensa del suo connazionale Sergio Perez, in particolare in relazione al suo rapporto con la storia dell’automobilismo messicano, indissolubilmente legata ai fratelli Rodriguez?

Penso che per lui debba essere qualcosa di davvero bello e significativo il fatto che stia emulando i grandi campioni messicani degli anni ’60, e che ne abbia preso l’eredità. Spero si senta onorato da tutto questo. Lui è una persona un po’ diversa da me da questo punto di vista, spero lo senta.

Lei invece sente tanto l’attaccamento al suo paese, vero?

Penso che quando si arriva ad un livello così alto, in uno sport esclusivo quale è la Formula Uno, un pilota non dovrebbe solo rappresentare sé stesso, ma anche il suo paese. Dovrebbe essere un onore avere la possibilità di rappresentare il proprio paese. È allo stesso tempo una grande responsabilità: bisogna assumerla, e Sergio lo ha fatto.

Rimanendo in tema, anche il Gran Premio del Messico sta avendo un grande riscontro, a livello sia qualitativo (ha vinto il premio come miglior organizzazione per quattro volte consecutive) che quantitativo. Da ambasciatore del Gran Premio di Città del Messico ci può dire qualcosa in più?

Sono proprio i momenti come quelli del weekend del Gran Premio del Messico che mi fanno sentire orgoglioso di essere messicano. Vedere il modo in cui l’evento è organizzato, sentire e vedere la gente entusiasta non ha eguali. Spero che continui a rimanere a lungo in calendario, nonostante con il cambio di governo non ci sia lo stesso favore di prima a mantenere attivo un evento con un tale costo. Ma penso sia un’ottima opportunità per il paese in termini di attenzioni internazionali.

Nel 2005, al termine della sua lunga e importante carriera in Formula Uno, ha pubblicato la sua biografia, Jo Ramirez: Memoirs of a racing man, nonostante fosse stato consigliato da Ron Dennis di desistere dall’impresa. Che cosa alla fine l’ha spinta a raccontare la sua storia?

Volevo scrivere un libro perché tanta gente, specialmente italiana e messicana, che ha avuto una vita altrettanto interessante mi disse che dovevo raccontare la mia storia, perché in molti volevano sapere come avessi fatto ad arrivare dove ero arrivato. Pensavo però che, avendo temporeggiato, fosse passato il tempo per fare una cosa del genere. Ma, quattro anni dopo il mio ritiro dalla massima serie, decisi di pubblicare la mia storia. Mi sono divertito molto, perché è stato come rivivere la mia vita una seconda volta. Ho avuto la possibilità di rivederla senza indulgenze, anzi, semplicemente per come è stata. Ho esaudito il desiderio di chi mi diceva che non potevo andare nella tomba con tutto quello che avevo in testa. In questo modo la mia storia potrà essere di esempio e ispirazione per qualcun altro.

jo ramirez jo ramirez 

Minardi Day | Intervista esclusiva a Giancarlo Minardi