I cannibali del Motorsport: quella volta che Senna regalò a Berger la vittoria solo all’ultima curva…

Come si può classificare la storia del Motorsport? Potremmo farlo in base ai decenni, ai regolamenti o ai propulsori utilizzati. In realtà ciò che ne delinea meglio le epoche è la presenza di grandi campioni, assi pigliatutto che, spinti da una fame inesauribile, hanno saputo sfruttare il perfetto equilibrio tra talento personale e competitività del loro mezzo. Senna Berger

Senna Berger

Solo per citare i principali della massima cilindrata del mondiale di motociclismo, si parte dal dominio di Geoff Duke per arrivare a quello di Marc Marquez, passando naturalmente per John Surtees, Mike Hailwood, Giacomo Agostini, Kenny Roberts, Eddie Lawson, Wayne Rainey, Mick Doohan e Valentino Rossi.

Sequenze simili per i dominatori di periodi intensi o estesi della formula 1: Ascari, Fangio, Brabham, Clark, Stewart, Fittipaldi, Lauda, Prost, Senna, Schumacher, Alonso, Vettel e ora Hamilton.

Per i Team manager, sempre alla caccia di talenti, sarebbe grandioso scoprire anzitempo cosa accomuna questi campioni, quale tratto umano si ripete in chi sa raccogliere tutto lasciando solo briciole agli avversari. Probabilmente rimarrà uno dei grandi misteri del Motorsport ed ogni volta, inaspettatamente, scopriremo un nuovo differente conquistatore.


Con questa rubrica andremo a scavare nel passato, alla ricerca di un fattore che si è spesso confermato: l’egemonia che questi campioni hanno saputo imporre prima di tutto nei confronti dei loro compagni di squadra. Una sottomissione tale da farceli definire “I cannibali del Motorsport”.

Cominceremo da Ayrton Senna, probabilmente il più amato dal grande pubblico ma certamente anche il più temuto dai suoi compagni di squadra. All’epoca ero un ragazzino ma ho seguito la sua carriera come fossi uno stalker, fino a riuscire ad incontrarlo nei box di Monza.


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La sua determinazione che era nota fin dai Go Kart, lo portava immediatamente a cercare il confronto con i compagni di squadra sia in pista che all’interno dei Team.

Lo scontro epico naturalmente fu con Alain Prost. Un duello necessario per il brasiliano, motivato a scalzare l’allora numero uno. Di loro si parla ancora oggi perché hanno scritto alcune delle pagine più memorabili della Formula 1. Il francese, astuto e veloce in pista, sapeva essere diplomatico nei box. Senna con lui riuscì a manifestare la sua natura di cannibale solo in singoli episodi. Potremmo dire che tra loro la partita finì pari e patta: in due anni da team-mate, un titolo a testa e un’infinità di polemiche.

Ayrton Senna e Berger

Fu con l’arrivo di Gerhard Berger in McLaren che il brasiliano, al top della forma, mostrò il suo lato di crudele carnefice. L’austriaco, considerato uno dei piloti più veloci in circolazione, accettò la sfida con il dominus della Formula Uno. Appena arrivò in McLaren, Senna scoprì che era un simpatico buontempone e presto si creò un’intesa che stimolava il suo lato scanzonato. Purtroppo per l’austriaco, in pista girava diversamente.

Fin dai primi test invernali confrontandosi con Senna, scoprì di non essere il campione che sperava. C’erano sempre almeno due maledetti decimi sul giro a dividerli, oltre a una determinazione di differente portata. Tutte notizie sufficiente per odiare il suo rivale aguzzino ma in Berger, ricco di famiglia e spensierato, si scatenò probabilmente la devozione per il migliore. Qualcosa del tipo…”Se non posso batterlo almeno sarò suo amico”. La cosa funzionò. Senna proprio per lui riservò come detto sempre un comportamento inaspettato fuori dalla monoposto: divertente, caloroso e premuroso. Berger racconta quel periodo di intesa con Senna con tre parole “Donne, gioia e divertimento”.

Tornando alla pista i numeri furono impietosi: in tre stagioni sulla stessa monoposto il Brasiliano vinse due titoli mondiali contro piazzamenti da 4°/5° posto dell’austriaco, 16 vittorie contro 3, 19 pole position contro 4.

Ma l’episodio che ebbe maggiormente i tratti del cannibalismo verso l’amico Gerhard fu paradossalmente proprio un prestigioso omaggio: la vittoria del Gran Premio del Giappone del 1991. Era ormai fine stagione e Senna doveva assolutamente precedere Mansell, suo contendente per il titolo. Quando l’inglese si ritirò, il brasiliano divenne matematicamente campione. L’accordo con il Team era chiarissimo: con Mansell fuori dai giochi Senna avrebbe lasciato vincere il suo scudiero che proveniva da due anni avari con la McLaren: zero vittorie.

Il neo tre volte campione del mondo, non ci riuscì tanto facilmente. Nessun tentativo per dissimulare un minimo di competizione in pista. Era lui il dominatore e voleva rimarcarlo ancora una volta. Consegnò alla storia un gesto plateale. “Sollevò la bocca dal fiero pasto” solo all’ultima curva dell’ultimo giro e lasciò passare il suo compagno di squadra, regalandogli, di fatto, una vittoria dal gusto amaro. Nulla di strano o incomprensibile. I grandi campioni sono così, insaziabili cannibali anche quando non vincono.

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Senna Berger

Marco Cucchi

Formatore, consulente e coach nel settore automotive, cofondatore di HL Consulting srl, appassionato di Motorsport, autore del libro "Ayrton Senna, io c'ero" Edizioni Acar.