Intervista esclusiva | Giuseppe Cartia e le difficoltà dei talenti italiani: “Sogno la 24 ore di Le Mans”

Giuseppe Cartia, 19 anni, è il pilota della Squadra Corse del Politecnico di Torino. E’ anche un ragazzo che come migliaia di giovani piloti italiani corre per provare a fare della propria passione la sua vita, tramandatagli dal padre, ex tester Minardi. La sua storia permette di comprendere a fondo le radici del problema della carenza di piloti italiani in Formula 1, stimolando diverse riflessioni sulle difficoltà per i giovani del nostro paese.

Foto: Autoeuropeo Motorsport

GLI ESORDI IN KART

Partiamo dall’inizio. Cosa ti ha spinto verso il mondo delle corse e com’è stata la tua carriera con i kart finora?

“La passione di mio padre mi è stata tramandata da quando ero bambino. Sin da piccolo ho iniziato a seguire la Formula 1 e il mondo delle corse in generale, dato che mio padre correva fino a qualche anno fa e l’ambiente mi è subito piaciuto. Ad essere sincero ho iniziato abbastanza tardi a causa di problemi economici. Ho iniziato a girare intorno agli otto anni e a correre seriamente intorno ai 15-16 anni, per cui ero già abbastanza “anziano” quando ho iniziato. Ho cominciato da un livello abbastanza elevato quale il campionato italiano Rok Cup ed è andata abbastanza bene per quella che era la mia esperienza,avendo concluso a metà classifica, pur facendo meno gare del dovuto”.

“Il secondo anno ho continuato con il campionato italiano Senior più qualche gara extra in stile endurance e 24 ore.
Poi al terzo anno ho provato a fare anche la stagione internazionale, tentando nuovamente il campionato italiano dove sono arrivato 20° su una settantina di iscritti con cinque gare su otto all’attivo. Ho disputato anche la finale mondiale dove mi sono classificato 19°, che è stato un grande risultato per me..
Quest’anno corro per la Squadra Corse del Politecnico di Torino
[nel campionato di  Formula Student, ndr] e non ho avuto l’opportunità di dedicarmi molto ai kart.

I tuoi genitori quanto spendono per permetterti di correre e che sacrifici dovete fare? Senti della pressione ricadere su di te per questo?

“Il primo anno che ho corso abbiamo speso circa 30.000 euro. Poi quando cresci i prezzi si alzano, perché passi in una categoria che richiede più attenzioni, più allenamenti e anche il kart ha bisogno di manutenzione. Per questo motivo per una stagione ben fatta servono tra i 45.000 e i 50.000 euro, mentre io ho sempre avuto quei 35.000 euro di budget per correre e me li sono fatti andare relativamente bene, facendo qualche sacrificio”.

Ti sei mai avvicinato al mondo dei kart gestito dalla FIA?

“Non ho mai avuto l’opportunità a causa dei costi, che spesso triplicano”.

IL SALTO IN MONOPOSTO

Sei mai arrivato ad un punto della tua carriera in cui hai provato a fare lo step successivo e a passare in monoposto?

Sì, ci ho provato l’anno che ho disputato il mondiale, quindi intorno ai 18 anni, che è comunque un’età abbastanza avanzata. Ho fatto qualche test in Formula 4 e avevo anche qualcuno che mi seguisse dal punto di vista manageriale, ma nulla di concreto. Ho disputato qualche test, ma abbiamo subito visto che i costi erano molto alti, si parla di 200.000 euro a stagione per la Formula 4 partendo da un team di fondo classifica fino ad arrivare a 400.000 euro a stagione per un top team come Prema. Purtroppo non ho trovato gli sponsor necessari e sono rimasto con i kart”.

Credi che sia andata così principalmente per i costi? Ritieni che la situazione sarebbe stata la stessa pur ottenendo dei risultati migliori con i kart o disputando i campionati FIA?

“Sicuramente danno più visibilità quei campionati, però vedo tanti ragazzi che conosco direttamente che comunque sono rimasti al livello dei kart o hanno provato le monoposto, ma non hanno concluso molto di più, sempre a causa dei costi”.

In occasione dei test in Formula 4, quali differenze hai avvertito rispetto ai go kart? E’ un salto giusto secondo te o è troppo grande?

“E’ un salto più che giusto, perché rispetto a un go kart sembra quasi di andare più piano. È una sensazione particolare, perché in realtà vai più forte, ma l’impressione è di andare più piano. Questo perché con i go kart hai una sequenza di curve e devi subito a pensare a quella successiva, quindi è molto stressante. Con le monoposto invece la situazione è più tranquilla. Le Formula 4 vanno forte, ma sono un giusto rapporto per il salto in monoposto. Non consiglierei mai di passare subito in Formula 3 dopo una stagione in kart”.

In questo momento per un ragazzo che vuole fare del motorsport la propria carriera ma non trova i finanziamenti per correre in monoposto, quali possono essere le alternative?

“La monoposto costa tanto perché poi ti da l’opportunità di raggiungere la Formula 1. Le alternative alle monoposto sono le categorie a ruote coperte come il Midjet o il TCR  e partendo da qui si può fare una carriera interessante. Il mio obiettivo adesso è raggiungere la 24 ore di Le Mans con le Gran Turismo. Perciò le alternative ci sono, ma tutti vogliono puntare alla Formula 1 e a quello che la circonda”.

I costi per le ruote coperte sono più contenuti rispetto alle monoposto?

“Sì, costa circa la metà. Per il TCR Italia con 90.000 euro si riesce a disputare una stagione completa. Non saprei dire con esattezza i costi a livello internazionale, ma sono decisamente più contenuti.”
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LA CRISI DEI PILOTI ITALIANI IN FORMULA 1

Nelle scorse settimane è arrivata l’ufficialità che Giovinazzi correrà in Formula 1 nel 2019 con l’Alfa Romeo Sauber. Si è discusso a lungo dell’assenza di un pilota italiano nella massima serie in questi ultimi otto anni e della crisi della scuola italiana. Per te che hai vissuto questa situazione al suo interno, quali ritieni che siano i motivi principali di questa crisi e quali sono le differenze rispetto agli altri paesi?

Ci sarebbero tante cose da dire. Sicuramente l’ACI potrebbe fare di più, perché ho visto che non supporta in alcun modo i ragazzi  e i giovani talenti. Certo se iniziasse a supportare tutti sarebbe un problema, per cui bisognerebbe valorizzare i veri talenti.
Un’altra cosa che ho notato spesso è che mancano i manager per dare una mano ai piloti. Ho chiesto anche a persone abbastanza importanti come Fittipaldi, che conosco direttamente, ma nemmeno lui ha saputo fornirmi il nome di un manager in grado di aiutarmi. In Italia ci sono solo delle figure che ti aiutano a creare il sito e a curare le pagine social, ma non c’è qualcuno che aiuti a trovare gli sponsor”.

Giovinazzi è il primo italiano a tornare in Formula 1 dopo otto anni.

“Anche gli sponsor scarseggiano. In ogni nazione c’è un grande sponsor che supporta i giovani piloti, come Red Bull in Austria, Repsol in Spagna o Racing Step Foundation in Inghilterra, che non è un vero e proprio sponsor, ma un’associazione che da un grosso aiuto ai piloti inglesi portandoli in alto. Invece in Italia non ho visto nulla di simile”.

Com’è stata la carriera di tuo padre e quali sono le differenze tra la situazione attuale e quella di trent’anni fa?

“Mio padre ha iniziato agli inizi degli anni ‘80 a vent’anni, quindi un’età avanzata rispetto agli standard attuali, perché non avendo la disponibilità economica aveva iniziato a lavorare guadagnando mediamente bene, ma niente di particolare. Aveva iniziato nella Formula Junior italiana, che era un po’ come la Formula 4 attuale, forse un livello leggermente più basso, ma riusciva a correre con uno stipendio normale. Lavorava in Pininfarina come designer e guadagna circa l’equivalente di 1500 euro di adesso. Ora è impensabile correre con questi soldi. Lui con un treno di gomme si faceva una stagione intera, cosa impensabile adesso. Ad esempio io in una giornata di prove consumo due treni di gomme e costano anche tanto”.

“Dopo tre anni in Formula Junior senza risultati particolari ha fatto il super corso federale e da lì è riuscito a disputare la Formula 3 italiana, ottenendo qualche podio in un’epoca in cui comunque c’erano tanti partecipanti. In Formula Junior ad esempio c’erano 60 iscritti, in Formula 3 un po’ meno, ma si disputavano comunque le batterie, quindi arrivare a podio era comunque un buon risultato. Dopo è passato alle ruote coperte, dando una mano come tester nel DTM. Poi è passato alla Formula 1, sempre come tester,negli anni in cui c’erano le pre qualifiche. A quel punto ha deciso di fare carriera a livello aziendale e ha smesso”.

“La principale differenza con adesso è il livello economico, in quanto costava tutto molto meno e c’era più visibilità, pur essendo molti piloti. Oltre a questo c’erano molti più manager e più interesse da parte delle aziende. Era un mondo molto diverso da quello attuale, che è molto limitato a una cerchia stretta di “ricchi”, mentre all’epoca se uno era appassionato trovava comunque un modo per correre”.

GIUSEPPE CARTIA: TRA PRESENTE E FUTURO

Adesso studi ingegneria al Politecnico di Torino e sei uno dei piloti della Squadra Corse dell’ateneo, che partecipa al campionato di Formula Student. Anche se è una categoria finalizzata principalmente alla preparazione dei futuri ingegneri, pensi che sia un valore aggiunto per un pilota un’esperienza come la tua, ossia poter imparare tanto dal punto di vista tecnico su una monoposto?

“Sicuramente è un’esperienza che consiglio a tutti i ragazzi che vogliono intraprendere una carriera da pilota e acquisire anche conoscenze ingegneristiche, per cui è il top. Mi spiace che non sia molto seguita per quanto riguarda i piloti, perché comunque si imparano tante cose che in altre categorie è difficile trovare. Ad esempio quando ho fatto i test in Formula 4 mi hanno dato una spiegazione panoramica della vettura, ma effettivamente non ne sapevo molto. Invece in Formula Student, così come in Formula 1 o in altre categorie dove si sviluppa l’auto, è interessante seguire lo sviluppo. E’ anche un’auto diversa da tutte le altre e adattarsi e migliorarla non è semplice.
E’ un valore aggiunto per un pilota avere queste conoscenze e sto studiando ingegneria anche per questo”.

Giuseppe al volante della vettura della Squadra Corse del Politecnico di Torino in occasione della tappa italiana di Formula Student a Varano de Melegari.
Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

“Il futuro è sempre un gran punto interrogativo. Quest’anno disputerò il mondiale, l’europeo e l’italiano Iame, un monomarca kart che sta crescendo davvero molto: quest’anno nel mondiale c’erano circa 1000 iscritti e ne hanno presi solo 500, i vincitori dei vari campionati e i piloti più forti. Punto anche al mondiale FIA.
Per il futuro vorrei provare anche il mondo delle Gran Turismo. Ho provato anche quest’anno, ma non ci sono riuscito per poco, perché hanno preso due piloti che correvano da anni. Ho fatto un colloquio in Porsche insieme a circa altri 20 candidati per un programma triennale che comprendeva la Carrera Cup Italia e la Porsche Supercup, per poi provare il terzo anno la 24 ore di Le Mans come pilota ufficiale. Era davvero un bellissimo programma e complimenti a chi ci è riuscito”.

Formula Student: la palestra per gli ingegneri di Formula 1

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Carlo Platella

Nato e cresciuto a Torino, studio ingegneria dell'Autoveicolo nel Politecnico della mia città. Ho una grande passione per il motorsport in tutte le sue forme che mi piace trasmettere negli articoli. Lavoro nella Squadra Corse della mia università con la speranza un giorno di entrare in Formula 1.