Ora più che mai, i piloti professionisti hanno bisogno di un sindacato

Sono state mille le riflessioni scatenate dal caso Daniel Abt nel mondo del motorsport. Se il mondo della stampa e quello degli appassionati si sono trovati divisi fra posizioni a favore della scelta di Audi, così come nettamente contrarie, i piloti si sono schierati su un fronte pressoché unanime di supporto per il tedesco. La solidarietà dei colleghi di Abt ha sorpreso e perfino scandalizzato molti. E sono proprio queste reazioni ad aver reso tanto più lampante, e dolorosa, l’assenza di un organo di tutela dei piloti professionisti. sindacato piloti

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Le radici del problema sindacato piloti

In tutti i paddock, la libertà di espressione personale dei piloti è sempre argomento all’ordine del giorno. I diretti interessati non fanno fatica a definirsi “imbavagliati”, prgionieri del ruolo di brand ambassadors e relegati a portavoce dei loro sponsor. Chi vi scrive non ha mai condiviso questo tipo di narrazione, troppo spesso, in realtà, abusata con il solo scopo di deresponsabilizzarsi completamente da atteggiamenti e posizioni che, in un qualunque altro posto di lavoro, sarebbero causa di licenziamento. Tuttavia, sarebbe davvero ottuso negare che spesso i piloti finiscono per essere vittime dei capricci dell’opinione pubblica e delle successive manovre di “limitazione danni” di team e sponsor, con conseguenze normalmente infauste. Ed è altrettanto ottuso negare che, davanti a questo, i piloti sono ad ora completamente indifesi.

A scanso di prevedibili obiezioni, è importante precisare che il problema va ben oltre le specifiche del caso Abt, su cui non si intende, in questa sede, dare giudizi di valore. Le ragioni della casa dei Quattro Cerchi sono evidenti, così come è sincero e giustificato il rammarico del pilota. Si potrebbe obiettare che chi vive una vita di privilegi e gode di un lauto stipendio non può avere bisogno di una rappresentanza sindacale. Questa sarebbe una visione assai riduttiva dell’importanza di questi organi di tutela, le cui battaglie vanno ben oltre il salario e comprendono protezione contro gli abusi contrattuali dell’ambiente corporate, maggiore rappresentatività nelle sedi di decision-making, difesa degli interessi individuali e di categoria. Qualcosa che ai pur fortunatissimi e privilegiati piloti ancora manca, nonostante coraggiosi tentativi. sindacato piloti

Quando il carattere oscura il talento: la caduta di Dan Ticktum

I progetti falliti

La Grand Prix Drivers Association, riservata alla Formula 1, ha raggiunto nel 2017 l’importante obiettivo di raccogliere sotto la propria ala tutti e 20 i piloti in griglia. Pur avendo conquistato qualche risultato di scarsa incidenza pratica, l’associazione si è ridotta a un mero gruppo di pressione, sporadicamente consultato dalla FIA e mai interpellato dalle squadre (che, è bene ricordarlo, sono pur sempre aziende). L’ex campione del mondo Damon Hill aveva avviato un pur lodevole tentativo di estensione della tutela con la Professional Racing Drivers Association, caduta presto lettera morta.

L’accorato appello di Hill tradisce la profondità del problema, ma è rimasto inascoltato. Così diceva a Motor Sport Magazine qualche anno fa: “Vorrei che fosse un gruppo di pressione, una lobby o una struttura di protezione e rappresentanza per i piloti professionisti, potrebbe essere in grado di occuparsi di questioni specifiche. Ne ho sentito il bisogno per tutta la mia carriera in F1. Non c’era protezione da forze più influenti di noi. Avevamo la GPDA, naturalmente, ma trattava principalmente di questioni di sicurezza. La mancanza di ulteriori obiettivi è stata un’omissione evidente. Alcuni individui di eccezionale talento sono riusciti a trascendere tutto questo, ma sono appunto eccezionali. Il loro talento li ha resi abbastanza influenti da non avere le ali tarpate allo stesso modo. Ma hanno dovuto lottare duramente per farlo. È giusto che sia così? È una cosa salutare per il nostro sport?”.

Un cambio di prospettiva

Dov’è allora, che i precedenti tentativi hanno fallito? La risposta sta nel loro più grande pregio, nonché maggior difetto: sono partiti dai diretti interessati, e lì si sono fermati. Per quanto abili alla guida, i piloti professionisti non hanno le competenze necessarie per rapportarsi con l’ambiente corporate su un piano di parità, senza asimmetrie informative. Evidente è la necessità di circondarsi di esperti e legali che siano in grado di portare le istanze di questi atleti nelle giuste sedi, nel giusto modo. Questo non è un lavoro che si può affidare, individualmente, agli agenti e ai procuratori sportivi: la storia ci insegna la forza e l’importanza dei contratti collettivi. Che sia per nazionalità, per disciplina o per obiettivo, i piloti professionisti hanno più che mai bisogno del sindacalismo. Affinché mai più incomprensioni, equivoci, abusi e ingenua buonafede causino a questi atleti la perdita (evitabile) del loro posto di lavoro.


 

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Aurora Dell'Agli

Classe 1997, studentessa di Giurisprudenza, blogger su @theracingchick. Ho un occhio di riguardo per Endurance, competizioni GT, Formula 1 e Formula E.