Spa 1960, il weekend più tragico della storia della Formula 1

Il Gp a Spa nel 1960 è funestato da due incidenti mortali e due con gravi conseguenze che palesano l’inadeguatezza delle misure di sicurezza adottate a quel tempo in Formula 1

Spa 1960 Formula 1
©️ unknown

Il Gran Premio del Belgio di Formula 1 del 1960 si corre a Spa, sui temibili 14 chilometri che collegano i paesi di Malmedy, Stavelot e Francorchamps, ed è una delle gare più attese dell’anno.

Tra i protagonisti della gara, c’è sicuramente Sir Stirling Moss, uno dei pionieri della Formula 1 che ci ha lasciato di recente, già da tempo considerato tra i migliori in assoluto nonostante le numerose vittorie (saranno 16 in totale) non gli abbiano ancora fruttato il tanto atteso titolo. Per lui, la scomoda etichetta di eterno secondo, maturata dopo ben 4 secondi posti nel mondiale e l’appellativo di ‘re senza corona’. Il 1960 potrebbe essere il suo anno: Stirling è in piena lotta per il titolo, ma il circuito delle Ardenne gli riserverà un’amara sorpresa.

Durante le prove, nell’affrontare la curva Burnenville, la Lotus 18 di Moss perde una ruota a causa della rottura della sospensione. L’auto ormai è incontrollabile e il suo pilota non è altro che un passeggero non in grado di governarla. La corsa impazzita si interrompe contro il terrapieno. L’impatto è tremendo: Moss viene sbalzato fuori dall’abitacolo e perde subito conoscenza.

È Bruce McLaren, il fondatore dell’omonimo team, il primo ad accorgersi dell’incidente e a soccorrere Moss: gli pratica la respirazione artificiale nell’attesa dell’ambulanza, che giunge solo dopo venti minuti. Stirling è salvo, ma ha fratture alle gambe e altri traumi minori: il titolo mondiale gli è ormai sfuggito.

Al contempo però, le prove vanno avanti. Non si fermano neppure gli incidenti, con Mike Taylor sfortunato protagonista. Esce di pista a 260 km/h e viene sbalzato fuori dalla Lotus, abbattendo un albero e fratturandosi varie ossa. Taylor è vivo, tornerà a camminare dopo un lungo periodo di paralisi e riabilitazione, ma la sua carriera è finita. Il giorno dopo, durante la gara, il dramma più totale.

Il primo a morire è Chris Bristow, inglese di 22 anni che corre per la Cooper-Climax. Mentre è in lotta con una Ferrari, Bristow compie un errore di valutazione nell’affrontare la curva di Burnenville: la sua velocità è troppo alta e perde aderenza, così tenta una controsterzata, ma la macchina lo sbalza fuori. Dopo un volo di alcune decine di metri, il corpo del povero Chris viene decapitato da alcune recinzioni poste all’esterno del tracciato, mentre il resto corpo rimbalza sull’asfalto. Rimane lì a lungo, a pochi metri dalle altre vetture che continuano a sfrecciare, finché un commissario non lo trascinerà via come fosse un manichino.

Ma “the show must go on”

Come di consueto in quegli anni, the show must go on, ma al prezzo di un’altra vita umana, quella di Alan Stacey. Le circostanze della sua morte non sono mai state totalmente chiarite, ma la tesi più accreditata parla di un uccello che avrebbe colpito la testa del pilota, facendogli perdere conoscenza. A quel punto, l’auto avrebbe impattato contro un terrapieno e il corpo di Stacey sarebbe stato sbalzato fuori, con la vettura distrutta dalle fiamme. A fine gara, Jim Clark, resosi conto delle tragedie, rimane traumatizzato non appena si accorge del sangue, probabilmente di Bristow, finito sulla sua vettura.

Un weekend tragico, tanto quanto e più Imola ’94. Stirling Moss, dopo l’incidente nelle prove, tornò a correre solo due mesi più tardi, ma la morte di Bristow e Stacey e il gravissimo incidente occorso a Taylor non spostarono di un millimetro la filosofia dell’epoca. A nessuno importava realmente della sicurezza dei piloti. Le cinture continuarono ad essere un optional e il primo casco integrale vide la luce solo diversi anni più tardi. Da ogni tragedia si è sempre imparato qualcosa per migliorare; da questa, probabilmente, no.

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Andrea Curatolo

1997, studente di giurisprudenza, appassionato di fotografia e di motorsport.