Superbike | Intervista ESCLUSIVA a Jonathan Rea: “Ogni gara può essere il punto di svolta”

Alla vigilia del weekend imolese che lo ha visto tornare vittorioso, il campione in carica Superbike ha concesso ad F1inGenerale un’intervista in cui ha analizzato i punti salienti della sua carriera, il suo modo di vivere le competizioni ed ha svolto qualche considerazione in merito al campionato in corso. Di seguito le parole del campione nord-irlandese. intervista rea  

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Foto: Otto Moretti

Partiamo con il passato. Sei stato un pilota Honda per molti anni. Cosa di quel periodo ha giocato un ruolo importante nel costruire quello che sei ora, sia come pilota che come uomo? intervista rea 

Da un punto di vista umano, sicuramente gli infortuni e i conseguenti periodi di recupero. È stato inoltre in quel periodo che ho imparato a dove accettare la condizione in cui non hai la moto migliore. Si trattava infatti di un team privato. Questi due fattori hanno fatto sì che iniziassi ad essere più equilibrato, evitando di strafare e avere incidenti.

In questo senso, in Honda ho imparato molto, e sono riuscito a mettere insieme delle buone stagioni, come ad esempio la stagione 2014, in cui riuscii a classificarmi terzo nel mondiale. Quello fu per me e per il team un enorme risultato. Quando passai in Kawasaki avevo già la maturità agonistica giusta per poter far bene.

Sempre da questo punto di vista, quanto ti ha invece aiutato il contatto con la MotoGP?

Ho disputato due gare in Moto GP nel 2012. È stata una bella esperienza, il team Repsol Honda e la moto erano di altissimo livello. Questo e il fatto di avere come compagno di squadra Dani (Pedrosa) mi hanno permesso di imparare molto. Sono anche riuscito a portare dei miglioramenti nel team Honda per il quale correvo in Superbike. La mia esperienza in Moto GP è stata dunque molto utile per lo sviluppo della moto Superbike.

Nel 2015 sei poi approdato in Kawasaki. Quali sono le principali differenze che hai riscontrato tra i due team?

Non sono facili da individuare. Da un punto di vista tecnico, sicuramente gli chassis erano abbastanza diversi, così come diversa era la gestione del motore. La mappatura elettronica era inoltre molto più sofisticata sulla Kawasaki. L’elettronica della Honda, nel periodo in cui io ero parte del team, era infatti abbastanza scarsa e necessitava un notevole sviluppo.

La Kawasaki è invece veramente stabile. È inoltre molto agile nei cambi di direzione, ed ha un’ottima tenuta. Non potevo che trovarmi a mio agio dalla prima volta che ho avuto modo di provarla. Tutto questo mi ha permesso di fare uno step fondamentale per la mia carriera.

Sei entrato in Superbike nel 2008, partecipando alla gara di Portimao. Ciò vuol dire che hai una perfetta idea di come fosse la Superbike prima che Dorna ne acquisisse i diritti commerciali nel 2012. Cosa pensi sia maggiormente cambiato da quando Dorna ha fatto il suo ingresso nel campionato?

Dal punto di vista tecnico, c’è stato un grande caos per diverso tempo. Questo perché i regolamenti sono cambiati di continuo: ogni anno c’era un regolamento diverso, in quanto c’era l’obiettivo quello di rendere le cose diverse dal passato. Questo ha sicuramente messo in difficoltà le case produttrici.

Dal punto di vista dell’organizzazione, hanno sicuramente svolto un buon lavoro, cercando di creare un weekend strutturato: Super Sport300, Super Sport e Superbike non hanno soluzione di continuità, in quanto le prime due possono essere viste come trampolini di lancio verso la serie maggiore.

Essendo la stessa compagnia che gestisce i diritti della MotoGP, ha acquisito una conoscenza ottima del mondo motociclistico, e possiamo ora contare su un campionato in interessante.

Cosa ne pensi della Superpole Race, e in generale del format attuale di week end di gara?

Non sono un grande fan della Superpole Race. Secondo il mio punto di vista, la Superpole è la Superpole: cerchi di mettere insieme un buon giro lanciato, e basta. La MotoGP rappresenta un perfetto esempio del fatto che per un pilota sia sufficiente un’unica gara per costruire un ottimo weekend.

Penso invece che le tre gare previste dal format della Superbike siano troppe per permettere ad un appassionato occasionale di seguire questo campionato. Abbiamo davvero bisogno di trentanove gare all’anno? Non penso. Sono dell’idea che la soluzione migliore sarebbe avere due gare vere alla Domenica. Questo sarebbe un format da Superbike.

D’altra parte, la struttura del weekend attualmente vigente è regolata dai diritti televisivi e dagli organizzatori. Tuttavia secondo me la Superpole Race non porterà a nulla. Penso che attribuire punti iridati a questa tipologia di gara sia un disastro.

Nel corso della tua carriera hai incontrato tanti avversari. Qual è stato il rivale con cui ti sei più divertito a combattere? E quello più duro da battere?

Quello con cui mi sono divertito di più è stato Andrew Pitt in Supersport. Al tempo eravamo amici e compagni di squadra. Eravamo molto aggressivi in pista e cari amici fuori dalle competizioni.

Il più duro è stato invece Chaz Davies. È un pilota molto forte, che sa essere molto veloce. C’era poi, come c’è tutt’ora, la sfida Ducati/ Kawasaki. I media caricarono molto questa sfida, e la situazione degenerò nel corso della Superpole di Assen 2017. Ci fu uno scontro davvero acceso. Certo, questo contribuì a rendere più allettante il campionato, ma per noi due fu un momento difficile da gestire: siamo umani e non è mai bello avere un brutto rapporto con un altro pilota.

Anche ora hai un amico come compagno di squadra (Leon Haslam ndr). Come vivi questa cosa?

È una cosa molto positiva. È un pilota molto forte, e anche le dinamiche in pista sono buone. Penso inoltre che avere un buon rapporto sia un aspetto positivo anche per quanto riguarda lo sviluppo della moto: lavoriamo in modo molto simile, e siamo sempre sinceri tra di noi e con il team. Con Tom (Sykes ndr) non era invece possibile lavorare insieme: a causa dello stile di guida molto diverso avevamo necessità differenti. Spesso con lui mi trovavo nella situazione in cui io dicevo bianco e lui nero, lui diceva destra e io sinistra, e così via. Con Leon invece ci troviamo spesso in accordo.

Passiamo ora alla stagione 2019: la prima parte di campionato è stata sicuramente diversa da quella che avevi avuto negli ultimi quattro anni. Hai cambiato, alla luce di questo, qualcosa nel tuo modo di affrontare le gare?

Penso che in fondo la stagione sia iniziata in maniera abbastanza positiva, se escludiamo il distacco da Alvaro. Pensavamo che dopo la Thailandia avremmo potuto ridurre questo gap, ma ciò non è avvenuto. Non c’è stato panico, piuttosto un atteggiamento del tipo “vediamo come si evolvono le cose”. Certamente è più difficile mentalmente, perché siamo in una posizione diversa dal passato. Dobbiamo convincerci che ogni weekend può essere il punto di svolta del campionato. E Imola può esserlo. Abbiamo dalla nostra i feedback e lo slancio positivo delle scorse stagioni, che non scompaiono facilmente.

Ti piace Imola?

Sì, la adoro. Mi piacciono molto anche le persone e l’atmosfera. Tutti parlano di Jerez, ma penso sia in fondo un tracciato abbastanza normale. Quando invece arrivo qui è stupendo. Sto bene, ho alcuni ristoranti dove torno ogni volta, è veramente bello.

Hai da poco pubblicato la tua autobiografia. Avendo avuto la possibilità di analizzare la tua vita, c’è qualcosa che faresti in maniera diversa?

Difficile a dirsi. Sicuramente scrivere la mia autobiografia è stata una sorta di terapia, perché mi sono guardato allo specchio. Alla luce di questo viaggio nella mia vita, posso dire che mi sarebbe piaciuto dare dei consigli al me dell’inizio, dei primi giorni in Honda. Non ero ancora campione del mondo, non sapevo cosa ne sarebbe stato della mia carriera. Se ne avessi la possibilità, direi al Jonathan di quegli anni: “Un giorno sarai campione del mondo. Ora rilassati, goditi il momento.”

Ad ogni modo, se guardo alla carriera che emerge dalla lettura dell’autobiografia, posso dire di sentirmi davvero felice di quello che sono riuscito a conquistare. Mi piace particolarmente l’ultimo capitolo del libro, che ricorda tutto quello che ho realizzato. Mi sento ancora una persona normale, non molto diversa da quella che ero quando vivevo nel mio luogo natale. Penso sia una cosa buona.”

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