Vicky Piria a F1inGenerale: “Cosa significa essere una donna pilota? Ve lo racconto”

Tra sessismo e cliché, Vicky Piria ha raccontato ai microfoni di F1inGenerale cosa significhi essere donna nel Motorsport e le difficoltà vissute in un mondo prevalentemente maschile.

Vicky Piria. Fonte: The Performance Kitchen.

Classe 1993, Vicky Piria è una giovanissima promessa del Motorsport. Metà italiana e metà britannica, la ventitreenne vanta una carriera estremamente ricca.

Tra i suoi maggiori successi, figurano l’Eurocup Formula Renault 2.0 e il campionato W Series.

F1inGenerale ha avuto la preziosa occasione di porle delle domande.

Tra sessismo e cliché, Vicky ci ha raccontato quanto sia difficile per una donna farsi strada in uno sport prevalentemente maschile.

“Ho scelto io di entrare in questo mondo, ero quindi consapevole sin da bambina di far parte di uno sport prettamente maschile. Ti faccio un esempio: quando ero più piccola, non mettevo mai il mascara in pista perché sentivo di dover nascondere il mio essere femminile. Pensavo di non essere uguale agli altri piloti. Poi mi sono resa conto che sì sono un pilota, ma sono anche tante altre cose. Tra queste, soprattutto una donna. È stato un processo di maturazione per me”.

Piria ha poi proseguito: Ci sono dei vantaggi, come potrebbe essere la copertura mediatica. Questa, quando si è donne, è superiore a quella di un uomo. E pure vero però che le pubblicità non sono sempre lusinghiere. Ci sono stati articoli che non mi sono per niente piaciuti, ma alla fine fa parte del gioco. Ho sempre cercato di non renderlo un grosso problema.

Ci sono ovviamente degli svantaggi. Quando, ad esempio, lavori per la prima volta con un ingegnere o con un team nuovo, li vedi che sono un pochino più titubanti. Ho imparato a gestirmi, a essere meno casinara e più professionale senza però pormi alcun freno o chiudermi a riccio. Alla fine, se c’è voglia, passione e determinazione, tutto ciò passa in secondo piano”.

Vicky non si nasconde e ammette di essersi spesso sentita poco presa sul serio, non si è però mai fatta scoraggiare dai pregiudizi che possono caratterizzare il settore: “Quando correvo in GP3, mi è capitato di prendere parte a meeting dove speravo di poter parlare del mio futuro. Persino in Formula 1, non vi nascondo. Eppure, in questi incontri si parlava sempre di altro come potevano essere i piani per le vacanze. Insomma, io sono qui per fare il pilota. È amareggiante non sentirsi presi sul serio, ma questo non mi ha mai scoraggiato. Mi dicevo ‘qui non mi prendono sul serio? Vi faccio allora vedere io, sempre con professionalità e dedizione’.

Ora, a ventisette anni, ho la maturità di non nascondermi, di non vergognarmi delle cose più stupide come può essere quello di mettere il burrocacao in pista, da piccola era invece molto difficile”.

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